Oggi Norcia è morta

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Jonathan Jones del Guardian dev’essere un reporter che ama l’Italia, uno di quelli folgorati sulla via di Damasco. Uno di quelli che si commuove davanti a un quadro rinascimentale o a una madonna lignea del ‘700. E scrive di Norcia e del terremoto, con la delicatezza e la malinconia di un amante, cogliendo un aspetto che ai più è sfuggito:

“Oggi forse Norcia è morta definitivamente. Non posso fare a meno di sentirmi a lutto per la basilica di Norcia. E dire che non l’ho nemmeno mai visitata. Ma sono in preda alla tristezza perché quella chiesa simboleggia tutto quello di meraviglioso che ha l’Italia. Da nessun’altra parte sul nostro pianeta esiste una ricchezza artistica e culturale come nella penisola italiana. È ammissibile che io mi senta rattristato dal danno subìto dall’Italia più che da ogni altro?”.

Jones ha ragione. Il crollo di quella basilica, la cui costruzione iniziò 800 anni fa è la perdita delle radici. Perché la gente muore ma le radici rimangono. Le radici ci confortano, sono il frutto di generazioni di operose e ostinate persone che in fondo non innalzavano monumenti a Dio, ma a se stessi. Lo sa ogni muratore, quando ha l’orgoglio per ciò che fabbrica, quando dice a suo figlio quando passa in auto: vedi quello? L’ho fatto io.

Così anche per gli alberi, come i castagni così numerosi anche in quelle terre. Tagli un castagno al piede e lui getta. Nell’arco di un anno, i robusti e vigorosi fittoni riprendono il posto del tronco reciso, ma se lo sradichi, se gli togli il contatto con la terra l’albero muore, e lo fa definitivamente, ingrigendo e facendo marcire il legno e alla fine rimane solo polvere con cui il vento gioca i suoi giochi sconosciuti.

Oggi Norcia è forse morta definitivamente, non lo so, saranno i Norcini a dircelo, e il loro ministro Renzi, che sembra così arrabbiato e impotente. Saranno loro che decideranno se questa chiesa, che rappresenta le radici di una comunità sarà ricostruita, o se l’Italia per l’ennesima volta abdicherà.

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