Sharon Jones: una donna normale. Anzi, no

Di Francesca Margiotta

La dipartita dell’artista Sharon Jones ha fatto il giro del web, nelle ultime ore. Forse, anzi, senza dubbio più della sua luminosa carriera.

Posto dunque che il commiato alla star estinta è più di moda sui social che non la condivisione di belle cose quando ella stessa è ancora in vita, Sharon Jones merita un saluto speciale e un piccolo commiato alla luce della sua storia che, come da titolo, ci può anche far immedesimare.

Chi di noi non ha pensato, in gioventù, di avere un talento ma poi, col tempo, si è trovato un altro lavoro ed il talento è rimasto un hobby? Uno strumento, il canto, il balletto, la pittura, lo sport… molti smettono di sperare di viverci e si tengono la passione. Sharon Jones no.

La sua è la storia, come molte, di una ragazzina di colore nata nel profondo Sud degli Stati Uniti. Quel Sud che discriminava i neri e contemporaneamente cullava il più autentico e fervente Gospel. Sharon nasce lì nel ’56, quando le conquiste sono quasi tutte avvenute, e nel profondo Sud degli States ci starà per poco: ben presto, con la famiglia, si trasferirà a New York.

Ma della sua terra di origine si porterà addosso fino all’ultimo giorno due cose almeno: il suono del Gospel della sua chiesa, grazie al quale capisce di avere un dono, e la “parentela” di spirito con James Brown: stesse origini, stesso impeto.

Sharon Jones è come sono stati molti di noi: coltiva il dono, ci spera, ma non ci vive. Continua a cantare, puntualmente, nel coro domenicale, ma scende dalle nubi ed inizia a lavorare. Sharon Jones fa i conti con la realtà, per molti anni è agente carcerario in una prigione del Bronx, poi guardia ai mezzi blindati di una famosa banca.

A quarant’anni, e solo allora, qualcuno con la “Q” si accorge di lei. Lei che aveva fatto da corista al disco di un più celebre Lee Fields, lei che non aveva mai smesso di cantare, ha l’occasione di fare il salto e pubblicare coi Dap-Kings – che saranno poi sempre la sua “family” – il primo disco di sei “bombe” di energia funk. Al contrario di quelli che a 60 anni ne hanno 40 di carriera alle spalle, la coriacea Sharon a 60 anni ne aveva “solo” 20 di carriera nel mondo del music business, e probabilmente aveva ancora tanti successi davanti. Il suo solco si è però interrotto troppo presto, non senza aver lasciato ben più che un’eredità morale.

“Miss Sharon Jones”, un film-documentario uscito poco tempo fa, raccontava il primo “giro” sulla giostra della malattia, quando la remissione faceva sperare di averla scampata. Un documentario in cui questa gran donna si mette a nudo, si rade la testa durante le cure davanti alle camere, sale sui palchi e firma autografi, ce la mette tutta.

Esattamente come ha fatto in questo secondo “round”, in cui però è rimasta a terra. Anzi, è andata in un cielo dove di sicuro si canta e non si smette mai, come non ha smesso lei che, fino a pochi mesi fa, provata dalle cure, insisteva nel calcare la scena e nel dichiarare: “lo so che dovrei fermarmi e riposare, ma questo è quello che voglio fare, e lo farò finché potrò”.

Questa era la Signora Jones, quella che alcuni chiamavano “la versione femminile di James Brown”.

Una che ha sempre lavorato sodo, tenendosi stretta al suo sogno con unghie, denti, corde vocali e carattere.

Ma ascoltatela, ché certe persone parlano meglio con il loro dono che con le parole (degli altri).

https://www.youtube.com/watch?v=JslG0NsASok

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