Terrorismo nucleare: ISIS progetta un attacco all’Europa

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Le centrali nucleari svizzere non sono state concepite, negli anni ’60 e ’70, per far fronte alle minacce di terrorismo odierne. Prendiamo ad esempio Beznau 1, ossia la centrale più vecchia al mondo. Coi suoi 47 anni di attività è oggi confrontata con seri problemi di sicurezza che nessuna aggiunta infrastrutturale a posteriori può risolvere. Nel contenitore pressurizzato che contiene il reattore sono infatti state rilevate quasi 1’000 fessure la cui causa è tutt’oggi sconosciuta.

Ciononostante, qualche giorno fa Axpo ha inoltrato all’Ispettorato federale della sicurezza nucleare (IFSN) una pseudo perizia dimostrante che le anomalie non sono un problema e che la centrale può rimanere in esercizio per 60 (!) anni. La realtà è che la vetustà dei nostri impianti nucleari ci rende ancor più vulnerabili, anche in caso di dirottamento o incidente aereo, come ha spiegato l’esperto nucleare Dieter Majer nel corso di una visita a Palazzo federale: “L’età di un impianto è importante nel caso si verificasse un attacco terroristico consistente nella caduta di un aereo: in Svizzera lo spessore di cemento della centrale nucleare di Mühleberg in alcune parti è di soli 15 centimetri. Un elicottero o un piccolo aereo potrebbero sfondare lo strato protettivo. Inoltre, nessuna centrale nucleare in Svizzera o in Germania è sufficientemente attrezzata per affrontare la caduta di un Jumbo o di un A380”.

Qualcuno potrebbe confidare nel pronto intervento delle nostre forze aeree, che in caso di pericolo abbatterebbero il velivolo dirottato prima dello schianto. Piccolo dettaglio: le forze aeree elvetiche sono attive soltanto durante gli orari di ufficio, come abbiamo scoperto con sgomento nel 2014, quando un Boeing etiope fu dirottato su Ginevra (nella fattispecie furono i Francesi a togliere le castagne dal fuoco). Tralasciando questo dettaglio imbarazzante probabilmente non vi sarebbe nemmeno il tempo materiale per intervenire. L’ex pilota di Swissair Max Tobler, che ha lavorato per anni sui rischi terroristici, afferma che “chiunque può constatare sui radar che a Beznau molti aerei volano regolarmente a bassa quota. Un pilota esperto potrebbe tranquillamente schiantarsi sulla centrale prima che chiunque possa fare nulla”. Uno schianto aereo potrebbe compromettere il funzionamento dei sistemi che controllano il raffreddamento dei reattori, con conseguente rischio d’incidente nucleare maggiore. Bisogna essere trasparenti coi cittadini: la maggior parte delle centrali nucleari, nonostante siano state costruite rispettando gli standard di sicurezza più elevati, non sono preparate per far fronte a un tale scenario. E purtroppo l’ipotesi di attentato nucleare non è così stravagante come si potrebbe pensare, tant’è vero che alcuni servizi d’intelligence occidentali sono convinti che gli attentati di Parigi e Bruxelles non siano altro che un test per una serie di attacchi terroristici di più ampia portata: degli attacchi che cambieranno l’Europa e i suoi abitanti per decenni. In realtà, il sospetto è che già gli attentati di Bruxelles del marzo scorso avessero inizialmente come obiettivo una centrale nucleare. Il piano della cellula terroristica franco-belga sarebbe poi naufragato a causa dell’arresto di uno dei terroristi e del ritrovamento, l’indomani degli attentati di Parigi, di un video in cui i terroristi riprendevano gli spostamenti di un esperto nucleare belga. L’inquietante indizio portò le autorità a presidiare i siti nucleari con 140 militari pesantemente armati. Questi imprevisti avrebbero spinto il commando terrorista a optare per obiettivi più facili (aeroporto e metrò), anticipando gli attacchi di oltre una settimana rispetto a quanto pianificato.

Ma il rischio che l’ISIS tenterà nuovamente di causare una catastrofe nucleare in Europa è lungi dall’essere remoto. Il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha affermato che non sarebbe stupito se ciò avvenisse entro i prossimi cinque anni. Barack Obama gli ha fatto eco dichiarando che “la minaccia di terrorismo nucleare persiste ed evolve senza sosta”. Di seguito illustrerò brevemente alcuni degli indizi e dei fatti che suggeriscono che il terrorismo nucleare sarà una delle prossime armi che utilizzerà lo Stato islamico per creare panico e devastazione in Occidente. Gli Europei potrebbero vestire i panni dei migranti prima di quanto ognuno di noi possa immaginare…

Diverse centrali nucleari europee nel mirino degli jihadisti

Dal 2000 a oggi vi sono stati sette episodi di attacchi a siti nucleari, progettati o realizzati, di matrice jihadista. Cinque attacchi sono stati sventati in Francia, Germania, Belgio e Australia grazie al fruttuoso operato di intelligence e forze dell’ordine. Negli altri due casi (Pakistan e Israele), i terroristi hanno sì effettuato i loro attacchi ma senza colpire l’obiettivo.

Sempre più jihadisti tentano di entrare in Svizzera

La Polizia federale (Fedpol) ha comunicato che nei primi nove mesi del 2016 i divieti di entrata erano già 97, contro i 28 del 2015. L’impennata è legata soprattutto al fenomeno dello jihadismo.

Luoghi di radicalizzazione e ostentate simpatie verso l’ISIS

È di pochi giorni fa la notizia della condanna di due estremisti islamici nel nostro Paese. Si tratta di colui che gestiva il più importante forum jihadista, incitante alla violenza e all’odio, e di una persona rea di aver utilizzato la bandiera dell’ISIS come foto profilo e di aver gioito degli attacchi terroristici di Parigi. Preoccupanti sono pure i recenti sviluppi che hanno toccato la moschea di Winterthur: da inizio mese si trovano in carcere preventivo un dirigente dell’associazione An’Nur e l’imam dell’omonima moschea. Quest’ultimo, durante un sermone, avrebbe incitato i presenti a svelare i nomi e uccidere i musulmani che non partecipano alle preghiere comuni. Nel mese di giugno era invece stato arrestato l’“emiro di Winterthur”, un 30enne di origini italiane convertitosi all’Islam e sospettato di ricoprire un ruolo fondamentale nel processo di radicalizzazione dei giovani partiti per la Jihad, la guerra santa islamica. Negli scorsi anni la moschea An’Nur è più volte balzata alla cronaca come luogo di radicalizzazione di giovani poi finiti tra i ranghi dell’ISIS.

“La minaccia di terrorismo nucleare persiste ed evolve senza sosta”

(Barack Obama, Nuclear Security Summit, 2016)

 

Droni dotati di esplosivi

La miniaturizzazione degli esplosivi e la diffusione di droni sempre più performanti costituiscono un rischio aggiuntivo per le centrali nucleari. Un drone dotato di esplosivo potrebbe essere pilotato verso le vasche ove raffreddano le barre di combustibile esaurito. Queste strutture non sono state concepite per resistere a un’esplosione di una certa entità.

Cyberterrorismo nucleare

Il Dell security annual threat report (2015) rivela che la minaccia di attacco contro infrastrutture essenziali, come quelle nucleari, è raddoppiata nel giro di un anno. Limitandoci al settore nucleare, un rapporto del think tank britannico Chatham House, pubblicato sempre nel 2015, ha concluso che le centrali nucleari sono vulnerabili in caso di attacco terroristico. Gli autori dello studio sono particolarmente preoccupati dell’attitudine dei gestori degli impianti nucleari, rei di rifugiarsi in “una cultura della negazione” dei rischi di cyberattacco. Rischi che sono purtroppo reali, come testimoniano diversi attacchi avvenuti in passato. Nel 2010 il programma nucleare dell’Iran fu attaccato da un virus, Stuxnet, concepito da USA e Israele. Il cyberattacco aveva parzialmente distrutto 1’000 centrifughe atomiche nel centro di arricchimento dell’uranio di Natanz e provocato problemi alla centrale di Bouchehr. Simultaneamente anche una centrale nucleare russa era stata infettata da Stuxnet. Inquietante è pure l’attacco, avvenuto nel 2003, alla centrale nucleare di Davis-Besse (Ohio), in cui il virus Slammer disattivò per cinque ore il sistema di monitoraggio dei parametri di sicurezza. Vi sarebbero altri esempi che non esporrò per non tediarvi troppo. Va però detto, in nome della trasparenza, che la maggioranza dei cyberattacchi non è resa pubblica dai gestori delle centrali nucleari, per non allarmare eccessivamente la popolazione. Anche se, va riconosciuto, alcuni personaggi dell’ambiente nucleare stanno iniziando a prendere sul serio la minaccia di cyberattacco. Yukiya Amano, direttore generale dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (IAEA), nel giugno dello scorso anno ha affermato che “i cyberattacchi sono ormai divenuti la quotidianità” e che l’industria nucleare “non fa eccezione”. La guerra informatica è però destinata a inasprirsi e a toccare sempre più da vicino la popolazione. E i danni potenziali sono lungi dall’essere solo virtuali, come spiega in maniera fresca e colta Francesco Palmas, in un approfondimento apparso di recente sul Giornale del popolo: “Anche al Qaida e l’ISIS usano il cyber-spazio per molte delle loro attività: dal reclutamento al finanziamento, dalla propaganda all’attacco. All’apice del suo “splendore”, il Califfato ha dato qualche grattacapo perfino al Comando Centrale statunitense […]. Un cyber-attacco può essere opera di chiunque, i bersagli infiniti: dai conti correnti dei privati cittadini alla sicurezza delle strutture più sensibili di uno Stato. Ma se le armi cibernetiche riescono a insinuarsi perfino nei server di una portaerei e a mettere sotto scacco per ore le aziende telematiche della costa orientale statunitense significa che la minaccia è immanente”. Palmas confronta poi il lettore con una verità agghiacciante: “Nel mondo cyber vige una regola: nessuna barriera è invalicabile. Nemmeno la più sicura”.

Il mancato attentato nucleare della cellula terroristica franco-belga

Esperto nucleare spiato

Dal mese di dicembre 2015 le autorità belghe hanno predisposto una massiccia presenza militare in quattro siti atomici. Questa misura è scattata a seguito del ritrovamento di un video della durata di 10 ore che riprendeva gli spostamenti del fisico che dirige il Centro di studio dell’energia nucleare (CEN) di Mol. Le autorità hanno stabilito che le riprese, effettuate grazie a una camera nascosta di fronte all’abitazione dell’esperto nucleare, sono state recuperate il giorno successivo agli attentati di Parigi (13 novembre 2015) nientepopodimeno che dai fratelli El Bakraoui, morti suicidi negli attentati di Bruxelles del 22 marzo scorso.

Radicalizzazione e arruolamento nell’ISIS

Tra i primi combattenti di Sharia4Belgium, arruolatosi nello Stato islamico nel 2012, vi era pure Ilyass Boughalab, esperto nucleare che aveva lavorato alla centrale Doel (distante 40 km da Bruxelles) per tre anni. Sempre a Doel, un anno più tardi, è stato licenziato per radicalizzazione un ingegnere destinato a divenire uno dei dirigenti della centrale. Si scoprì in seguito che questi era il cognato d’Azzedine Kbir Bounekoub, membro di Sharia4Belgium, arruolatosi anch’esso nelle fila dell’ISIS e reclutatore di giovani per lo stesso Stato islamico. Un altro dipendente è recentemente sparito nel nulla. Le autorità ritengono che abbia risposto pure lui al richiamo della Jihad.

Badge di accesso disattivati

Poche ore dopo gli attentati di Bruxelles i pass di quattro lavoratori della centrale nucleare di Tihange, situata a 30 km da Liegi, sono stati disabilitati. Didier Reynders, Ministro degli affari esteri belga, ha confermato che la procedura di disattivazione di tre pass era già in corso, mentre la quarta è stata ordinata d’urgenza poiché un impiegato aveva salutato molto positivamente gli attentati nella capitale.

Evacuazione di due centrali nucleari

Il giorno degli attentati a Bruxelles le centrali Tihange e Doel sono state evacuate ed è stata rafforzata la già massiccia presenza militare, segno che le autorità temevano un attacco terroristico.

Sabotaggio misterioso

Il 4 agosto 2014 è stato sabotato il reattore numero 4 di Doel. Uno o più impiegati hanno svuotato i 65’000 litri d’olio che solitamente permettono di lubrificare la turbina onde evitare un surriscaldamento. La turbina uscì dal suo asse e l’impianto si surriscaldò, costringendo i tecnici a spegnerlo immediatamente. La riparazione durò cinque mesi e causò danni per oltre 30 milioni di euro. Non si trattò di un atto impulsivo ma attentamente pianificato: le videocamere di sorveglianza erano rivolte verso il lato opposto e la valvola fu rimontata per far credere che tutto fosse in regola. Ma il peggio di questa storia è che i responsabili non sono ancora stati trovati e, forse, lavorano ancora in tutta tranquillità nella centrale nucleare, aspettando un segnale o il momento più propizio per agire di nuovo.

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