Un patto col diavolo

Una stalla derelitta con, rinchiusi, dei cavalli morti disidratati. Cani e gatti randagi, pelle e ossa, lasciati al loro destino. Dei villaggi, delle città una volta abitate e vissute, lasciate in fretta e furia dalla popolazione che ha dovuto, per forza (e a volte con la forza), essere allontanata dalle radiazioni nucleari. Un barbone che si è rifiutato all’ordine di evacuazione perché non voleva lasciare indietro il suo cane. Ora, in tutta solitudine, bazzica le strade morte e si nutre di quello che trova in questi villaggi fantasma nei dintorni di Fukushima, anno 2011. Quanto avrà da vivere?

Le case portano i primi segni del crollo, le strade asfaltate sono invase dal verde, i giardini si disfano, la frutta e la verdura non sono raccolte: già dopo poco tempo dall’abbandono si vede quanto sia importante la presenza umana. Non solo per la cura degli animali, ma anche per quella degli edifici, dei manufatti, del territorio, degli orti, dei giardini e parchi. Sono delle immagini di un documentario che ho visto alcuni mesi dopo l’incidente nucleare. Immagini che, nella loro silente crudeltà, mi hanno turbata e lasciato il segno.

Un altro ricordo angoscioso mi porta indietro più lontano nel tempo, nella primavera del 1986. Incinta di poche settimane, l’esplosione del reattore di Chernobyl ha significato per me, che stavo a esattamente 1’626 km di distanza, incertezza e momenti grande sconforto. Per la bambina che portavo in grembo volevo nutrirmi in modo sano e con prodotti freschi, ma i consigli dei medici e della Confederazione erano: non mangiare insalata, né frutta o verdura fresca! Non mangiare funghi! Attenzione, i latticini possono essere contaminati! E il miele? Le patate? La carne? Il pesce? L’acqua da rubinetto? Ovunque poteva essere nascosta quella radiazione invisibile all’occhio, impercepibile all’olfatto, ma tanto devastante per la salute, specialmente dei bambini.

Ancora oggi non sappiamo dove depositare le scorie nucleari, radioattive ancora per i prossimi millenni. Ma coloro che temono il “salto nel buio” insistono nel voler usare, per produrre la nostra energia, una tecnologia vetusta e costosa che – a parer mio – ha dato sufficientemente dimostrazione della sua capacità distruttiva per l’umanità. Non si capisce bene perché, forse per meri motivi ideologici e di principio, stringono un patto col diavolo. Quei patti però, lo sappiamo, alla fine costano sempre caro a qualcuno.

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Commenti da Facebook

  • Ai tempi di Chernobyl, c’era un contadino vicino, con le vacche in stalla. Eravamo contenti: avremmo potuto avere latte fresco non contaminato per le bambine. Purtroppo poco dopo la catastrofe, non avvisato del pericolo le ha lasciate uscire a mangiare erba fresca… Così abbiamo dovuto ripiegare sul latte in polvere.
    Sì all’uscita dal nucleare!

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