Il mio Canto di Natale

Di Francesca Margiotta

Fin da piccola ho avuto un rapporto controverso col Natale. Se da un lato era bello scartare i regali, avere l’albero in casa, pranzare coi nonni e gli zii… dall’altro odiavo il caos nei negozi, lo zampognaro mi deprimeva (non avete mai notato quale suono doloroso ha una zampogna? E lui? Era vestito come un povero pastore e stava in giro con quel freddo…io ero tristissima per lui) e Babbo Natale mi faceva abbastanza paura. Il panzone con il vestito rosso evocava il terrore che avevo tutto l’anno per gli uomini con barba e baffi, e il fatto che ce ne fossero in giro molti con quel fare simpatico a tutti costi mi metteva i brividi.

Insomma, il Natale di me bambina è pieno di ricordi felici, ma anche turbato da omoni barbuti, strumenti piangenti e folle calpestanti. Crescendo, ancora una volta, il Natale era il periodo in cui la me ecologista odiava lo spreco di energia per tutte quelle lucine, lo spreco del cibo, lo spreco di denaro per doni il più delle volte superflui. Erano gli anni della me contestatrice: quelli in cui osavo fare una richiesta per un regalo speciale e, scartando il pacchetto, mi invadeva un senso di colpa per la mia vanagloria. E poi c’è l’oggi.

Ve lo dico sinceramente: a Natale devo combattere un po’ col mio cuore. Perché, mentre in tanti fanno festa, questa celebrazione enfatizza, ai miei occhi, i dolori altrui. Quella tavola in cui quest’anno ci sarà apparecchiato un posto in meno, quelle tavole in cui, anno dopo anno, si è sempre meno, quelle tavole che saranno come tutti gli altri giorni, quei nonni che sono soli e tirano avanti senza troppi fronzoli: per loro sarà un Natale che sfavillerà solo a casa degli altri. Le festività di chi ha pensieri pesanti e preoccupazioni: forse in quei giorni si sentirà ancor più il peso della paura. Fin qui, il Natale fa abbastanza orrore, ne converrete con me. Una festa in cui si diverte chi può, chi è sereno, chi ha una famiglia.

In questo ultimo anno ho visto diversi amici inginocchiati da dispiaceri così grandi da sembrare inaffrontabili e questo Natale li stringerò così forte nel mio cuore da fargli mancare, a distanza, il respiro. In fondo, la storiella di Natale ci racconta una vicenda antica come l’uomo: un falegname, un uomo umile, e la sua giovane sposa, appesantita dalla gravidanza, esuli, nella notte, a caccia di un luogo dove sostare. Bussando invano di porta in porta e puntualmente rifiutati. Con un bimbo che sta per venire al mondo. Costretti, alla fine, a diventare famiglia in una stalla. Quante sono le “sacre famiglie” di oggi?

I primi gruppi di siriani in fuga dalla guerra che ho incontrato, per fare un esempio, li ho visti nell’isola greca di Kos. Erano tutte giovani coppie con bimbi piccoli, che si lavavano le magliette in mare e dormivano in un accampamento improvvisato nel parco della città. Quante madonne, quanti bambinelli! Tutti in fuga dalla strage di una guerra, Erode moderno che divora le generazioni per il suo bisogno di potere.

Ecco. Io lo so che siamo troppi anche qui, che non c’è posto per tutti, che i bisognosi ci sono anche a casa nostra, che i poveri fanno più paura dei ricchi, che prima i nostri eccetera eccetera. Non me lo dite nemmeno, ché lo so già. So anche che questa è la storia del mondo: la stessa società che festeggia la nascita di un piccolo Messia, è quella pronta a chiudergli in faccia una porta, se ha l’ardire di nascere sbagliato. Quel Messia della storia, quel Gesù, era un tipo che faceva paura anche a quelli del suo tempo, sapete? Uno che hanno messo in croce perché aveva idee rivoluzionarie e faceva tremare i cadreghini.

E allora cos’è, adesso, il Natale per me? Per me che sono come gli altri, che volevo il maglione di lana con le greche e che farò tanti piccoli regalini alle persone a cui voglio bene, che mangerò un po’ troppo e guarderò “Il piccolo Lord” alla tivù? Il Natale è un’occasione, ecco cos’è per me.

Per me il Natale è l’occasione per stringermi agli amici, che tante volte sono una vera famiglia; per baciare forte i miei genitori; è l’occasione per dire una cosa gentile in più. L’occasione per fare qualche donazione. Suvvia! Tirate fuori qualche soldino e datelo a fin di bene! Un’associazione vicina o lontana, anche semplicemente qualcuno che sapete che sta facendo fatica, non servono i gesti che danno spettacolo. L’anno scorso un mio amico ha raccolto delle offerte tra i suoi conoscenti per una persona del suo paese che passava un momento davvero duro. Non ha fatto il suo nome con noi ed ha portato il dono in maniera anonima. Ma ha lasciato un bel segno.

E diffidate da quelli che “ehhhh, facile fare le offerte sotto Natale” (oppure “ehhh ma non posso mica dare offerte a tutti!”) perché quei signori lì non sganciano una moneta nemmeno il resto dell’anno e proprio per nessuno. È un’occasione da calendario, si capisce: buon per voi se riuscite a far Natale tutto il resto dell’anno!

Ah! Stavo per dimenticarlo. Non si vedono tutto il resto dell’anno così tanti dolci, cioccolatini, panettoni, zamponi e affini. Che poi il pandoro te lo ritrovi tra i piedi ancora a Pasqua e alla fine lo dai alle anatre al lago. E diventano diabetiche. E non si fa. Perciò ve lo ricordate “due volte Natale”? Vi ricordate che lenticchie secche, risotti liofilizzati che stanno nel pacco dono di tal negozio, panettoni e torroni, inclusi regali tipo il bagnoschiuma (che avete già l’armadietto pieno) e le calze con le renne, li potete donare spedendo gratis i vostri pacchi direttamente in Posta?

E vi ricorderete anche che c’è un magnifico essere umano, chiamato Fra Martino, che col suo gruppo di volontari sfama ogni giorno tante persone? Magari, comunicandolo debitamente, potete portargli quella forma di formaggio che non vi sta in frigo e vi fa salire i trigliceridi o quei pacchi di pasta del formato che non potete proprio digerire.

Bravi, mettete in fila le cose belle che potete fare, perché ci vuol pochissimo e potete eccome.

E, se non potete, lasciatevi coccolare da chi può. Così sarà Natale con il senso che mi piace di più: quello del moltiplicare la gioia dividendo con altri. Non c’è felicità più grande.

Tanti auguri, bella gente. Anche a quella brutta, perché ho detto “più gentile” e devo essere coerente!

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