L’albero di Natale del manicomio

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Per me l’albero di Natale deve essere un vero abete e avere le candele, non le lucine. La magia ancestrale che si sprigiona dalla fiammella di una vera candela o l’odore di resina che emana la corteccia di un abete non sono di certo paragonabili alla freddezza di un anonimo albero artificiale con le lucine “Made in China”. Detto questo, sappiate che comunque io l’albero di Natale non lo faccio più. Ho rinunciato definitivamente quando, per non acquistare un albero tagliato, ho optato per un abete interrato. L’ho comperato all’ospedale neuropsichiatrico di Mendrisio durante un mercatino ed era alto non più di trenta centimetri. Morirà, mi sono detta, non resisterà allo stress del cambiamento di ambiente. Invece, contro ogni infausta previsione, il nostro piccolo eroe il 7 gennaio non aveva ancora perso un ago ed era più vivo e vegeto che mai. Decido allora di trapiantarlo in giardino accanto a una quercia. Morirà, lo sento, morirà, ho tre cani, perdindirindina, che vivono nello stesso giardino. Sarà che l’albero l’ho comperato al manicomio, sarà che è sopravvissuto ed è diventato alto più di quattro metri, sarà che gli ci attacco la mia amaca, sarà che il mio cane si accuccia sotto per prendere il fresco d’estate e gli uccelli fanno il nido tra le sue fronde, sarà che in primavera quando spuntano le nuove gemme è uno spettacolo, sarà che gli parlo, sarà che quando nevica puoi farci sotto la capanna, sarà che io non riesco più a immaginare di avere un altro albero di Natale che non sia lui. Non me ne serve un altro. Perché è lui il più bello, è il mio albero di Natale specialissimo. E il mio albero pazzerello.

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