L’ultimo clown di Aleppo

Di Corrado Mordasini

Anas si alzò quella mattina, con gli occhi che gli bruciavano un po’, colpa della polvere che c’era dappertutto, quella maledetta polvere delle macerie, che entrava ovunque, anche se ti chiudevi dentro. Quel velo onnipresente copriva tutto come un sudario. Anas starnutì, si guardò la mano e se la pulì sui jeans stinti. Scaldò il caffè nel pentolino e lo bevve senza mangiare niente. Anche perché non aveva niente quella mattina. Lo stomaco borbottava quando prese la borsa con la parruccona arancione, il cappello colorato, i trucchi e il naso rosso. Salutò la giovane Fatima, sua moglie, che ancora sonnecchiava.

Usci in strada, nel sole accecante e si incamminò a passo spedito per Nile street dirigendosi alla cittadella. Superò il parco pubblico e la stazione, di cui ormai rimaneva poco. Aleppo era bella una volta, la città dei saponi fatti con olio di alloro, venduti in tutto il medio oriente e anche in Europa, il suk coi tappeti colorati e gli oggetti d’ottone. I cortili ombreggiati con le piastrelle del colore della terra, le palme da dattero e le inferriate alle finestre. Oggi rimanevano solo viscere di calce e cemento, scheletri di metallo a biancheggiare sotto il sole della Siria.

Anas sorrise pensando ai sui bambini, a quelli che riusciva a far sganasciare con i suoi trucchi da clown. “Piantala di fare lo scemo”, gli diceva sempre suo padre levando gli occhi al cielo e pensando a quel figlio che passava il tempo a fare versi e che non era mai serio. Adesso Anas del fare lo scemo aveva fatto un lavoro. Dava il suo tempo a *Space For Hope, un’associazione che aveva a cuore soprattutto i bambini. E lui adorava i bambini, gli si apriva l’anima quando vedeva quei visini pallidi e sparuti aprirsi in una risata per una sua smorfia o perché aveva fatto apparire un fiore di piume.

Papà e mamma se n’erano andati dalla città, erano anziani e avevano paura, soprattutto mamma, non sopportava la continua tensione dei bombardamenti. Lui invece era rimasto, perché amava Aleppo e i suoi bambini. Amava farli ridere quando camminava sulle mani imitando con la bocca il rumore delle scoregge. Amava svegliarsi accanto a Fatima e pensare che magari quando l’avrebbero avuto loro un figlio, la guerra sarebbe finita. Gli sarebbe piaciuto avere una bambina, una bambina con le treccine e occhi del colore delle profonde cisterne dell’acqua.

Anas aveva appena imboccato Hal Khandak street quando sentì la prima esplosione. Non credete ai film di guerra. Niente vi avvisa di un proiettile che sta arrivando. Il fischio arriva dopo. Anas al Basha aveva 24 anni e tanta speranza nel futuro, quando un bombardamento dei governativi ha cancellato il quadrato di macerie dove arranca. Un istante prima Anas c’è, e un’istante dopo non c’è più. Nella polvere sollevata dal vento, fili arancioni di nylon intrecciano arabeschi si perdono nell’aria e sorvolano le fiamme, che li portano ancora più in alto.

Oggi è morto Anas al Basha, ultimo clown di Aleppo.

*Space for Hope è una onlus che appartiene a una rete ombrello di associazioni che coprono tutto il territorio siriano e le regioni in cui i siriani sono profughi. Ha promosso numerose iniziative, soprattutto rivolte ai bambini. Cinque anni di guerra, cinque anni di morte in cui Space for Hope collabora con 12 scuole nella città e fornisce supporto psicologico per oltre 300 bambini che hanno perso un genitore o entrambi. Ha inoltre creato asili/parchi gioco sotterranei al riparo dalle bombe. A causa della recrudescenza del conflitto ha oggi sospeso le operazioni.

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