Phil Collins, uno sfigato (di successo)

Di Jacopo Scarinci

Puoi essere un colossale sfigato se nella tua vita sei stato batterista e cantante di una delle cinque band più geniali della storia, se la tua carriera da solista ti ha fatto vendere decine di milioni di dischi, se hai scritto successi immortali e se, in fondo, sei anche una persona simpatica e gradevole? Certo, se ti chiami Phil Collins.

Perché se ti chiami Phil Collins non sei il cantante dei Genesis, ma per molti sei l’usurpatore, quello che ha ucciso i Genesis di Peter Gabriel e li ha fatti diventare un gruppo pop; sei un tizio che è diventato ricco con canzonette d’amore, roba easy listening e cover delle “Supreme”; sei uno che invece di essere applaudito per aver suonato a Londra e Philadelphia lo stesso giorno (Live Aid 1985) viene accusato di protagonismo; se tradisci tua moglie per una più giovane di te non sei un figo come Mick Jagger o qualunque rockstar, non sei nella normalità dell’ambiente, ma sei un meschino traditore; se questa ragazza più giovane di te è svizzera e ti trasferisci in Svizzera, se sei Phil Collins non crei una famiglia in un bel posto ma ti viene dato dell’evasore fiscale.

Queste e molte altre vicissitudini sono contenute nell’autobiografia di Phil Collins uscita da poco in libreria, “No, non sono ancora morto”, che sin dal titolo spiega quale sia il rapporto di Collins con la critica, con il mondo e con il fatto di essere sempre e comunque stato giudicato. Mai vittimista, mai triste. Disincantato semmai, e anche leggermente nauseato dal mondo che lo ha visto – nolente o volente – protagonista per decenni. E in effetti se si hanno anche minime conoscenze – le basi, insomma – del mondo musicale si capisce quanto alcune accuse siano pretestuose. I “suoi” Genesis vengono fatti passare per robaccia quando invece sono stati un gruppo che, una volta rimasto senza l’ingombrantissimo genio di Peter Gabriel, ha sfornato dischi di tutto rispetto; canzoni come “In the Air Tonight” o “Take Me Home” sono perle rare del mondo pop anni ’80; le sue esibizioni live nei momenti strumentali alla doppia batteria (assistito dall’amico di una vita Chester Thompson) sono entrate nella leggenda.

Schivo, timido e anche un po’ ingenuo è stato un ottimo bersaglio per i sotuttoio e per i tabloid. Ma nella grande e vasta fascia di mezzo, cioè la gente, cioè noi, ha sempre avuto un posto importante. E per fortuna che no, non è ancora morto Phil Collins. Uno sfigato di successo.

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