Stampa: o la rinascita, o la morte. Inchiesta

Di Jacopo Scarinci

Ovunque nel mondo la stampa è in crisi: i giornali vendono sempre meno, gli inserzionisti pubblicitari investono meno quattrini e la stragrande maggioranza degli editori – ma per fortuna non tutti – risponde tagliando. Senza criterio, facendo emergere solo il tornaconto economico senza considerare il resto. Così si svilisce la figura del giornalista e si aumenta la pressione sui freelance, categoria non tutelata e sempre più sia sfruttata sia in concorrenza spietata al proprio interno. Così facendo, va da sé, è chiaro che a fronte di un illusorio (e a volte non concretizzato) risparmio economico, la qualità del prodotto cala. Succede nel mondo, succede anche in Ticino.

In questi giorni il Corriere del Ticino e laRegione hanno comunicato i loro piani per far fronte a questa erosione di vendite e introiti pubblicitari. Il quotidiano di Muzzano ha derubricato la faccenda a semplici questioni interne, ma come fatto notare da syndicom quando si parla di riduzione delle vacanze e aumento delle ore lavorative il timore che siano i giornalisti a pagare è più che fondato. La scelta de laRegione, invece, è di “ristrutturare” (chiudere?) le sedi locali trasferendole tutte a Bellinzona, svilendo così la funzione principale del quotidiano: raccontare la cronaca regionale. Quando in momenti di magra l’unica prospettiva per tenere in piedi la baracca è quella dei tagli e di importanti modifiche contrattuali dei lavoratori non butta molto bene. E, purtroppo, la politica dei tagli non è pratica diffusa solo in Ticino ma in tutta la Svizzera.

In ottobre è saltato il 14% degli impieghi nelle redazioni della Svizzera francese, la Berner Zeitung ha tagliato cinque dipendenti e si sono moltiplicati i rumors secondo i quali il Tages-Anzeiger sarebbe pronto a ridurre del 12% il proprio personale. Le proteste sono servite a qualcosa. I sindacati si sono attivati e il gruppo Tamedia ha ridotto della metà i licenziamenti, ma l’andazzo è comunque questo. Infatti è di pochi giorni fa la notizia che la NZZ ha tolto la corrispondenza dal Ticino asserendo che ormai, nel mondo dei social e di internet, è inutile avere un corrispondente in loco. Rinunciando così alla funzione principale del giornalismo e delle corrispondenze: vivere una realtà, immergersi in un posto e raccontarlo nel modo più professionale possibile. Ma da dentro, non guardando uno schermo. Ed è desolante che tutto questo accada mentre le armate sostenute dall’UDC, come la Basler Zeitung e la Weltwoche, addirittura in mano a un consigliere nazionale democentrista, spingono con sempre più potenza e  sprezzo della decenza.

Le risposte, oggi, quali possono essere? Che alternative ci sono ai tagli? Già nel 2013 si parlò del “modello Guardian”, ovvero la scelta del quotidiano inglese di investire nel sito internet. Scoop, inchieste e progetti multimediali da mettere online per ampliare l’offerta e contrastare il calo delle vendite del cartaceo. Un bilanciamento tra nuove tecnologie e vecchio modo di fare informazione insomma, anche per stare al passo sia con i portali d’informazione sia con i social network. Un bilanciamento che, nel caso dell’Independent, ha portato addirittura alla chiusura dell’edizione cartacea e la produzione del quotidiano solo via web, acquistabile in PDF. La qualità rimasta, le inchieste di maestri come Robert Fisk campeggiano ancora, ma semplicemente si leggono su tablet invece che su carta. Altri giornali come The Times, Wall Street Journal e New York Times hanno lanciato abbonamenti – a prezzi abbordabili – per leggere prodotti creati ad hoc solo per il web.

Un’altra via perseguibile è quella del Corriere della Sera e del Washington Post. Quando i due quotidiani sono stati acquistati rispettivamente da Urbano Cairo e Jeff Bezos il mantra è stato uno solo: meno sprechi, più investimenti. Il quotidiano di Milano è addirittura tornato a investire nel cartaceo, rilanciandolo con prodotti editoriali a corredo sempre più accattivanti e che difatti hanno portato a un incremento del venduto. Il Washington Post ha risposto alla crisi e alla galassia di blog e tweet con l’investimento sulla qualità: inchieste sempre più approfondite, commenti e aumento dell’interesse verso la cronaca locale. E se lo fa un quotidiano planetario, sfugge perché non possa riuscirci uno ticinese.

Poi c’è la tempesta che, con le sue decine di milioni di euro di debiti, si sta abbattendo sul Sole 24 Ore. Uno dei principali problemi della stampa mondiale oggi è, inutile girarci attorno, quello degli stipendi. Se i direttori e le firme di punta guadagnano cifre altissime i collaboratori occasionali, i freelance, i giovani laureati (anche plurilaureati) che si affacciano alla professione prendono una miseria. Quando vengono pagati, s’intende. E perché il Sole 24 Ore è nella bufera? Semplice: perché stando al Fatto Quotidiano di domenica 18 dicembre, il direttore Roberto Napoletano – sfiduciato dal 75% della redazione ma ancora in sella protetto dall’editore – avrebbe incassato cospicui premi giustificati dalla tiratura. Peccato, però, che la tiratura fosse gonfiata. Quindi, a fronte di freelance e giornalisti sottopagati e con condizioni lavorative pessime, troviamo un direttore che grazie a qualche longa manus e a cupidigia incassa cospicui bonus basati su una menzogna. Il tutto in presenza, come già detto, di deficit milionari. Un clima irrespirabile.

L’avanzare dei social network e dei siti creati apposta per diffondere bufale, della post verità e della menzogna ripetuta finché intesa come verità, obbliga chi si occupa di informazione a professionalizzarsi il più possibile e offrire ai lettori un prodotto che faccia propria la bandiera della correttezza e della competenza, della qualità e della visione. E questa bandiera non può coesistere con tagli e modifiche, sempre al ribasso, dei contratti. Perché poi arriva, crudele sebbene semplicissimo, il paradosso del bar: se risparmi sul caffè servendone uno di bassa qualità e al contempo alzi i prezzi, i clienti se ne vanno.

Siamo in un momento delicato, è chiaro. Ma a una crisi – lo insegna la storia recente – non si risponde né con austerità né con i tagli. Se il settore dell’informazione deve essere rilanciato, si investa nello stesso, si mettano giornalisti navigati e giovani competenti nelle condizioni di mettere al servizio del lettore il proprio talento, la propria scrittura e il proprio fiuto. Se Facebook arriva a varare un programma per combattere le fake news che girano sui social, appare sempre più lampante come sia anche e soprattutto responsabilità precisa di chi fa informazione rispondere al fuoco. E lo deve fare un’informazione che deve essere il più possibile slegata dagli interessi e dalle influenze. Soprattutto in un cantone come il nostro, con una gran parte della stampa storicamente dedita al codinismo rispetto al potere da una parte e alla partigianeria politica dall’altra, il lavoro da fare è tanto. Soprattutto se questa stampa è orientata sulla destra populista, che presta il fianco alla campagna lanciata dai rappresentanti di queste stesse forze per mettere le mani anche sulla RSI. A loro sta bene il “più tagli, meno professionalità”. Il potere sta tranquillo in questo modo.

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