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Tre casi di comportamenti antisportivi

In un piccolo mondo come il nostro dove si sa tutto di tutti, misure anatomiche tipo lunghezza e spessore del piede comprese, per un giornalista non è facile trovare la giusta misura fra l’amore in parte giustificato per “les enfants du pays” e la necessità professionale d’avere la giusta distanza per esercitare il mestiere, parlando magari di un giocatore con cui si beve il caffè al bar.

Il mestiere di chi informa è sovente accettato dalle società solo quando incensa, chiama il pubblico e fa cassa. È ridicolo che l’HC Lugano dica che qualcuno “destabilizza lo spogliatoio”. Ancor più ridicolo è il FC Lugano che attacca la stampa e poi critica a mezzo stampa Alioski che non ha servito Rosseti in un momento decisivo (Vaduz-Lugano). Siamo al paradosso che il presidente può fare il giornalista, il giornalista no. Per tirar su di morale (si fa per dire…) la nuova generazione ecco tre episodi che mi sono capitati negli ultimi 40 anni:

1) Primi anni settanta del secolo (!) scorso. Ambrì Piotta-Grasshoppers. Il portiere Morandi colpisce con il bastone un avversario che gli stava troppo addosso. Un giovane apprendista della RSI, proveniente oltretutto da una remota valle grigionese, decide, come deontologia comanda, di mostrare l’episodio. Il lunedì si ritrova con un articolo di Numa Celio sul CDT che stigmatizza la scelta. In breve un ticinese non dovrebbe “prendere le parti di un tedesco” e danneggiare il club. Dopodiché la vita del giovane diventa difficile, e gli insulti come “luganese di…”, in barba alla geografia, si sprecano;
2) 12 gennaio 1981, Schruns. La filiforme Doris De Agostini, fisico da “mannequin”, vince. Il cronista (sempre lo stesso, guarda la “rella”) ha un’idea che si rivelerà nefasta: in via eccezionale vuol fare una domanda intelligente.
“Ti piacerebbe avere un altro fisico, un baricentro simile a quello delle tue avversarie Nadig e Proell?” La risposta è molto bella in un tempo in cui si cominciava a mettere su muscoli, non sempre a sole bistecche: “Ho cominciato a 18 anni, quando smetterò fra 10 voglio vedere allo specchio la stessa Doris”. Chapeau. Senonché per due anni il Ticino profondo mi indica a pubblico ludibrio. Non si chiede a un donna dove ha il sedere! Accadde persino che un giovane capostampa (Fazioli), destinato a diventare un grande, cada nell’abbaglio, oltretutto su un settimanale cofinanziato dalla stessa RSI. “Checché ne dica Zanolari, la nostra Doris continuerà a darci grandi soddisfazioni”.
Ma io, pobrecito, non avevo detto nulla di male. I più grulli si sentono confermati. A mezzanotte, da Airolo, un tipo alticcio mi invita in valle per “mostrarmi con gli scarponi chiodati dov’è il baricentro.”

3) 24 ottobre 2000. Al solito tapino tocca un Juventus-Amburgo di Champions. Vengono espulsi Zidane (che fa le prove generali per una futura famosa testata) e un Davids tarantolato. Gli juventini sono convinti che nella voce del cronista emerga dal profondo del cuore la soddisfazione per queste due “disgrazie” e per la sconfitta finale (1-3). Il brillante autore satirico della RSI Sergio Savoia in una delle sue trasmissioni dice che “Zanolari piuttosto che fare il tifo per una squadra italiana lo farebbe per una del Bangladesh”. Ohibò: ma io non devo fare il tifo per nessuno. In Svizzera ci sono anche moltissimi spagnoli e portoghesi: come la mettiamo allora con Juve-Real Madrid o Barcellona-Benfica? Ora Savoia è ritornato all’ovile. Speriamo che nel frattempo, nel suo nuovo ruolo, abbia capito il suo errore (di gioventù, siamo generosi).

Essere svizzeri di lingua italiana non comporta l’obbligo  “storico/culturale” di urlare come straccivendoli quando la Juve segna.

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Commenti da Facebook

  • L’unico senso che riesco a dare a questo articolo è che il signor Zanolari si è sfogato. Giornataccia??

  • Werner Weick

    Non avrà senso per lei. Per me questo contributo offre uno spaccato rivelatore sull’atteggiamento poco sportivo dei cosiddetti ‘sportivi’ e delle società ‘sportive’ pronte a scagliarsi contro la stampa quando le cose vanno male.
    Lei forse non sa che Libano Zanolari era uno dei pochi giornalisti della sua generazione a mettere in discussione i ‘mostri sacri’ dell’atletica o dello sci – e lo fa ancora oggi e non si merita il suo commento ignorante e superficiale.
    werner weick

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