Vigilia per Aleppo: voci dalle guerre e bagliori di speranza. Il resoconto.

L’incontro “Vigilia per Aleppo” organizzato ieri pomeriggio a Lugano è stato sicuramente un bell’evento: almeno 200 persone, probabilmente di più, si sono riunite in Piazza Mercato per un momento di incontro e condivisione di esperienze dolorose alternate a lampi di speranza, sotto il denominatore comune del NO non solo alla guerra in Siria, a cui si richiama simbolicamente il nome della manifestazione, ma di tutte le guerre che appestano il nostro pianeta.

In un pomeriggio graziato da un clima tutto sommato mite, sul palco si sono alternati testimoni diretti dell’orrore di ogni conflitto e artisti che hanno offerto il loro contributo per rendere l’evento un momento comunque accogliente al di là della tematica dolorosa, il tutto sotto la guida e conduzione di Mirko D’Urso, a cui va il merito, al di là dell’organizzazione dell’evento, di esser riuscito a non politicizzare in alcun modo l’evento e di regalare anche molti sorrisi con qualche gag qua e là.

Una piazza riempita da palloncini rossi ha dunque ascoltato le voci di chi è fuggito da una guerra, di chi si è lasciato alle spalle ogni cosa per sperare in una vita più dignitosa o per aver salva la propria, di vita; c’è il ragazzino eritreo con le sue strazianti poesie per la madre lontana, c’è la giovanissima siriana che nel suo italiano teneramente incespicante racconta di come è arrivata in barca dopo aver attraversato il deserto, dei giorni senza mangiare o bere e dei genitori rimasti in Siria che piangono ogni giorno, c’è il reporter Stefano Ferrari che distribuisce alla folla i dolorosi disegni dei bambini dei campi profughi che ritraggono i genitori uccisi dalle bombe, e c’è fra tutti quello che personalmente mi ha toccato di più, Hassim, 13 o 14 anni forse, afghano, quasi costretto dai genitori a fuggire dopo aver trovato il fratello morto al ritorno da scuola, che ha detto qualcosa a cui tutti in questo Natale dovremmo pensare, e che suonava più o meno così:

“Voi che vivete in pace non sapete cos’è,la Pace, ci siete abituati, per voi è normale. Noi, che viviamo ogni giorno in Paesi in cui chi esce da casa al mattino non sa se tornerà, noi vediamo cos’è la Pace. Per me un solo giorno di Pace ne vale cento di guerra.

 

A rendere meno drammatica l’atmosfera e a portare un momento di gioia ci hanno pensato gli artisti presenti, dal bravissimo Omar Gueye con la sua versione di Imagine ad Alessandro Veletta che coinvolge il pubblico sulle note di Nessun Dorma, Begoña Feijoo,  Rossella Saporito, Maria Silvia Roli,  il “Duo Looppoli”, fino al freezing collettivo, tutti fermi in una posa a richiamare la guerra, la liberazione dei palloncini verso il cielo (rigorosamente biodegradabili) e il finale con Samah Gayed che improvvisa su un antico canto egiziano e  Samir Elturky che accompagna alle percussioni un pezzo in arabo dedicato alla Madre Patria, e alle signore arabe velate in prima fila scappa più di una lacrima, come a molti in quella piazza di fronte alle crude testimonianze dell’orrore della guerra. Poi si scioglie tutto in un abbraccio finale, un modo per sentirsi tutti vicini e uniti a dispetto del dolore e dell’angoscia, tutti insieme a trasmettersi il calore umano che, forse, in molti si è spento: ieri, sicuramente, per un pomeriggio, ci siamo tutti ricordati, parafrasando il  pezzo cantato da  Maria Silvia Roli, di essere esseri umani che voglio essere umani.

 

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