Con uno sconosciuto in ascensore

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Entro nell’ascensore dell’ospedale, c’è un uomo, mi chiede: “A che piano va?”, “Al secondo, grazie”, “Anch’io”. Si mette davanti a me, pigia il pulsante, la porta si chiude e si va su. Ok, mi trovo da sola in un ascensore con uno sconosciuto. Guardo di qua, guardo di là, guardo per terra, mi do un’occhiatina allo specchio, non so più dove sbattere gli occhi e allora gli faccio un sorrisetto di circostanza. Anche lui sorrisetto di circostanza. Intanto però penso “Questo qua può schiacciare lo stop e farmi quello che vuole, tipo accoltellarmi, menarmi, violentarmi, strozzarmi, e nessuno si accorgerebbe di nulla. L’unico vantaggio che ho è che sono già all’ospedale… “. Ricaccio questi brutti pensieri da dove sono venuti e, nel mentre, l’ascensore si ferma. La porta tarda quel secondo ad aprirsi, poi si apre, io aspetto che il tipo esca ma lui non esce, anzi, si gira e mi guarda. “Che vuoi? Muoviti, esci no? Altrimenti la porta si richiude”, dico tra me e me. Allora succede che lo sconosciuto mi si avvicina tanto che il suo corpo si trova a sfiorare il mio, sento il suo odore, poi mi aggira, mi fissa negli occhi, allunga il braccio verso l’uscita, palmo della mano rivolto verso l’alto, e mi dice: “Prego, dopo di lei”. Faccia basita, la mia. Mi do uno scossone, ringrazio “Grazie mille”, ed esco. E come potevo immaginare che la galanteria maschile esiste ancora?

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