È morto un intellettuale

Si potrebbe star qui fino a domattina – e lo si farebbe ben volentieri – a scrivere dei concetti, delle analisi, delle riflessioni di Zygmunt Bauman, morto ieri a Leeds. Si potrebbe parlare della crisi degli ultimi vent’anni (ma facciamo anche trenta) che nessuno come lui ha saputo descrivere e analizzare, del suo vedere sempre più in pericolo la sfera pubblica e di cittadinanza, la crisi della democrazia e di una rappresentanza sempre più scissa dal ruolo che decenza e regole vorrebbero ma che no, finiti quei bei tempi. Sì, si potrebbe.

Ma la questione, qui, è che ieri abbiamo perso un intellettuale. E lo abbiamo perso in un momento la cui tragedia e decadenza ci porta ad avere un bisogno fisico, doloroso, autentico degli intellettuali. E lui era un intellettuale atipico. Un sociologo curioso che adorava stare in mezzo ai giovani, e insegnare loro, senza dirigerli. Ed è per questo che oggi Bauman è pianto, unicum, da generazioni che si sono susseguite in questo tempo, dai nonni come dai nipoti. Perché Bauman era un intellettuale si diceva, ma leggeva i rotocalchi e i tabloid di cui il Regno Unito abbonda, conosceva i social network – immaginarselo davanti a paginette Facebook che spiegano il mondo dà la misura di quanto la decadenza sia condizione dominante oggidì –, non era un eremita. Viaggiava. Come scritto ieri sera dal suo editore per l’Italia, Giuseppe Laterza, Bauman si auspicava di morire in viaggio, dopo aver viaggiato tutta la sua vita: perché obbligato prima, per suo desiderio, fame di conoscenza, curiosità poi. Era curioso Bauman, tutto lo incuriosiva. Era globale, perché nel mondo di oggi non puoi permetterti la tua torre d’avorio, sebbene solo Iddio sa quanto alle volte ti ci vorresti rintanare come autodifesa ultima. Analizzava, discuteva, scriveva, si confrontava. Era capace di vedere oltre lo steccato di casa: minimo sindacale per un intellettuale, preziosa eccezione nello sfascio che ci circonda oggi.

Il ricordo delicato di un intellettuale che muore è in chi l’ha studiato, letto, nelle biblioteche, negli scaffali di casa, in quei libri sottolineati, pieni di orecchie alle pagine e post-it, con la costola sformata. Buon (ultimo) viaggio professore.

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