La “Unwort” tedesca e il pericoloso ritorno del politicamente scorretto

Di Roberta Condemi

Come ogni anno, una giuria composta da quattro filologi e un giornalista tedeschi ha espresso il suo verdetto: la “Unwort” del 2016 è “Volksverräter”, traducibile in italiano come “traditore del popolo”.

Questa singolare votazione, divenuta dal 1991 una vera e propria tradizione di fino anno alla quale i tedeschi sono molto affezionati, è promossa dalla Gesellschaft für Deutsche Sprache, la tedesca Accademia della Crusca. Gli autorevoli esperti filologi si riuniscono per nominare sia la parola dell’anno, a loro avviso la più rappresentativa dei dodici mesi trascorsi, sia appunto la “Unwort”, la “non parola”, un vocabolo controverso, molto usato ma detestato al tempo stesso dai tedeschi. Una sorta di tormentone politicamente scorretto, scelto dalla giuria senza volontà di censura, ma con lo scopo di attirare l’attenzione sui cambiamenti della società di cui la parola è un chiaro indicatore.

La scelta di quest’anno è infatti tutt’altro che casuale. La giuria ha spiegato che l’espressione “traditore del popolo” si è aggiudicata la vittoria in quanto eredità del nazismo. Usato spesso da Hitler, oggi il termine Volksverräter è stato rispolverato dagli esponenti della destra estrema tedesca, come Pegida e AfD, che la utilizzano con un’accezione denigratoria contro gli avversari politici.

Traditore del popolo, per i seguaci dei movimenti estremisti, è soprattutto colui che sostiene la politica di accoglienza nei confronti dei migranti e dei richiedenti l’asilo. Traditrice è stata infatti apostrofata, dai contestatori di estrema destra, Angela Merkel lo scorso agosto mentre visitava un campo profughi. Stesso trattamento è stato riservato al Vice-Cancelliere della Germania Sigmar Gabriel, insultato da un gruppo di contestatori neonazisti.

Volksverräter è però solo la punta di un iceberg. Negli ultimi mesi in Germania, complice anche la grave crisi dei migranti e gli attentati terroristici, si è assistito a un triste “revival” dei termini usati durante il nazismo. Frauke Petry, presidente dell’AfD, usa spesso l’aggettivo “völkisch” (etnico), il quale era spesso utilizzato dai nazisti per descrivere gli appartenenti alla superiore razza germanica. Nonostante la signora Petry affermi che völkisch abbia una connotazione positiva perché derivante da “Volk” (popolo), per i suoi oppositori e per i media sarebbe emblema di una politica di esclusione di coloro che sono percepiti come “non tedeschi”, soprattutto rifugiati e richiedenti asilo.

Etimologicamente connessa a “Volk” è la parola “Umvolk” scritta su Twitter da Bettina Kundla della CDU. Termine usato da Hitler per affermare la sua idea di pulizia etnica, è stato scelto dalla signora Kundle per denunciare la presunta pulizia etnica dei tedeschi ad opera dei migranti. Il tweet è stato poi rimosso.

Non solo partiti politici e rifugiati sono interessati a questo linguaggio: anche la stampa, spesso apostrofata “Lügenpresse” (stampa bugiarda), altra espressione denigratoria usata da Hitler.

In un Paese in cui il nazismo è stato a lungo un tabù, in cui solo oggi a oltre 70 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, è possibile leggere il Mein Kampf, stupisce il prepotente ritorno di queste parole. Il popolo tedesco ha sempre mostrato un atteggiamento di accettazione delle proprie responsabilità e la consapevolezza di ciò che stato è diffusa e capillare. I tedeschi onorano la memoria delle vittime dello sterminio forse più di altri popoli, e hanno istruito le generazioni successive alla guerra ad un rigoroso anti nazismo.

Ma allora perché questo ritorno del linguaggio hitleriano? Forse perché, in tempo di crisi e di terrorismo, i tedeschi e gli europei in genere si scoprono vulnerabili, prigionieri di quella atavica paura rappresentata dallo straniero, dal diverso, e dall’immaginario pericolo di essere invasi. Forse per una politica multiculturale che funziona a dovere, o per una politica comunitaria carente.

Qualsiasi sia il motivo, però, la Unwort del 2016 ci insegna che non si può permettere ai politici più estremisti di usare parole pericolose per fomentare milioni di persone a soli fini elettorali. Che non si può permettere che l’odio verso i migranti e i richiedenti asilo si insinui anche attraverso l’utilizzo delle parole e si diffonda vanificando gli sforzi compiuti in questi ultimi 70 anni. Le parole sono importanti: usiamole solo come strumento di pace.

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