Medium interruptus e meningococco di importazione

Di Daniele Danesi

La settimana appena andata in onda verrà archiviata nel cassetto delle cose futili, perché quelle importanti sono state sovrastate dal voyeurismo di una società gabbata e imbonita che non sa più distinguere l’essenziale dal gossip di borgata.

Da una parte l’orribile diatriba tra Marcello Foa e Marco Jermini, passata agli annali del reportage di quartiere, pronta per essere inserita nell’antologia del pessimo giornalista. La deriva egosintonica è persino comica: un giornalista (Foa) non accetta critiche (esacerbate) e ritiene che attaccare il suo operato equivalga a mettere in discussione le autorità (?). Interviene un altro giornalista (Pontiggia) a difendere il suo delfino e questo, al posto di sentirsi imbarazzato, ringrazia pubblicamente mamma chioccia.

Sorvolati completamente gli argomenti interessanti offerti da questo scambio: Foa può e deve essere criticato così come possono e devono essere criticate le istituzioni, e se Marco Jermini (sì, funzionario statale ma ancora prima persona e cittadino) ha usato toni censurabili, nessuno ha colto la saturazione che spinge un uomo a mettere da parte il bon ton. Scambiare l’esasperazione per rabbia gratuita è la meno indicata delle conclusioni che si possono trarre in una questione dialettica che Foa ha giocato in modo impari, usando il Corriere del Ticino come suo diario personale e accusando Jermini anche dalle pagine del suo blog su Il Giornale. Foa se ne faccia una ragione: il giornalismo è tutt’altro. E non si riduca a chiederlo a me, cosa sia il giornalismo, perché dovrebbe saperlo da sé. Non sono un giornalista e non sono neppure uno chef ma, quando mangio, so riconoscere un buon piatto di pasta.

Poi il caso Burioni, il virologo e professore che ha deciso di censurare alcuni commenti sulla sua pagina Facebook. I media si sono lanciati tutti sul pezzo, perché la frase “la scienza non è democratica” ha fatto storcere il naso a tutti. In realtà quello che avrebbe dovuto fare storcere il naso è la discussione in sé, non gli esiti periferici della stessa. Burioni si è avvalso della facoltà di isolare i raccontafrottole, quelli che associavano l’esplosione di casi di meningite all’afflusso di migranti. Una storia brutta, indegna e vigliacca. Burioni ha fatto quindi ciò che è in suo potere fare: ha divulgato informazioni accessibili a tutti. Il clou della vicenda è proprio questo: in Italia c’è un aumento dei casi di meningococco C, un ceppo comune alle nostre latitudini, mentre in Africa i ceppi sono diversi e precisamente A, W-135 e X, prova scientifica che i casi di meningite in Italia non hanno nulla a che vedere con la migrazione. L’aver rimesso la chiesa al centro del villaggio è passato in secondo piano, tutti a preoccuparsi della censura selettiva che Burioni ha applicato perché, dice lui assumendosene anche la responsabilità, non accetta derive xenofobe sulla sua pagina. Come se, dopo un incidente a catena che ha coinvolto decine di veicoli, tutti parlassero delle lamiere e nessuno dei feriti.

Sono troppo esagerato? Sicuramente. Nel 2008 un ragazzo del Burkina Faso è stato ucciso a sprangate per avere rubato un pacco di biscotti. Tutti ricordiamo questo fatto, vero? Ricordiamo tutti che si è consumato a Milano, vero? Ricordiamo anche la polemica (sterile) tra “buonisti” e “cattivisti”, ovvero quella di chi gridava allo scandalo e quella di chi assolveva gli assassini, esasperati dall’ondata di furti. Dopo qualche giorno l’omicidio ha lasciato il centro della discussione all’immigrazione, alle rapine, al diritto di difendersi e all’incapacità delle forze dell’ordine. La parte più importante della triste faccenda, ovvero il nome della giovane vittima, chi lo ricorda? Oggi, per tutti, è un ladro di biscotti.

Niente. Non c’è niente da fare. Siamo assuefatti alla futilità, come scimmie ammaestrate non sappiamo più riconoscere l’essenziale e ci facciamo trascinare da polemiche isteriche, scritte e interpretate da grandi firme del giornalismo.

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