Medium interruptus e meningococco di importazione

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La settimana appena andata in onda verrà archiviata nel cassetto delle cose futili, perché quelle importanti sono state sovrastate dal voyeurismo di una società gabbata e imbonita che non sa più distinguere l’essenziale dal gossip di borgata.

Da una parte l’orribile diatriba tra Marcello Foa e Marco Jermini, passata agli annali del reportage di quartiere, pronta per essere inserita nell’antologia del pessimo giornalista. La deriva egosintonica è persino comica: un giornalista (Foa) non accetta critiche (esacerbate) e ritiene che attaccare il suo operato equivalga a mettere in discussione le autorità (?). Interviene un altro giornalista (Pontiggia) a difendere il suo delfino e questo, al posto di sentirsi imbarazzato, ringrazia pubblicamente mamma chioccia.

Sorvolati completamente gli argomenti interessanti offerti da questo scambio: Foa può e deve essere criticato così come possono e devono essere criticate le istituzioni, e se Marco Jermini (sì, funzionario statale ma ancora prima persona e cittadino) ha usato toni censurabili, nessuno ha colto la saturazione che spinge un uomo a mettere da parte il bon ton. Scambiare l’esasperazione per rabbia gratuita è la meno indicata delle conclusioni che si possono trarre in una questione dialettica che Foa ha giocato in modo impari, usando il Corriere del Ticino come suo diario personale e accusando Jermini anche dalle pagine del suo blog su Il Giornale. Foa se ne faccia una ragione: il giornalismo è tutt’altro. E non si riduca a chiederlo a me, cosa sia il giornalismo, perché dovrebbe saperlo da sé. Non sono un giornalista e non sono neppure uno chef ma, quando mangio, so riconoscere un buon piatto di pasta.

Poi il caso Burioni, il virologo e professore che ha deciso di censurare alcuni commenti sulla sua pagina Facebook. I media si sono lanciati tutti sul pezzo, perché la frase “la scienza non è democratica” ha fatto storcere il naso a tutti. In realtà quello che avrebbe dovuto fare storcere il naso è la discussione in sé, non gli esiti periferici della stessa. Burioni si è avvalso della facoltà di isolare i raccontafrottole, quelli che associavano l’esplosione di casi di meningite all’afflusso di migranti. Una storia brutta, indegna e vigliacca. Burioni ha fatto quindi ciò che è in suo potere fare: ha divulgato informazioni accessibili a tutti. Il clou della vicenda è proprio questo: in Italia c’è un aumento dei casi di meningococco C, un ceppo comune alle nostre latitudini, mentre in Africa i ceppi sono diversi e precisamente A, W-135 e X, prova scientifica che i casi di meningite in Italia non hanno nulla a che vedere con la migrazione. L’aver rimesso la chiesa al centro del villaggio è passato in secondo piano, tutti a preoccuparsi della censura selettiva che Burioni ha applicato perché, dice lui assumendosene anche la responsabilità, non accetta derive xenofobe sulla sua pagina. Come se, dopo un incidente a catena che ha coinvolto decine di veicoli, tutti parlassero delle lamiere e nessuno dei feriti.

Sono troppo esagerato? Sicuramente. Nel 2008 un ragazzo del Burkina Faso è stato ucciso a sprangate per avere rubato un pacco di biscotti. Tutti ricordiamo questo fatto, vero? Ricordiamo tutti che si è consumato a Milano, vero? Ricordiamo anche la polemica (sterile) tra “buonisti” e “cattivisti”, ovvero quella di chi gridava allo scandalo e quella di chi assolveva gli assassini, esasperati dall’ondata di furti. Dopo qualche giorno l’omicidio ha lasciato il centro della discussione all’immigrazione, alle rapine, al diritto di difendersi e all’incapacità delle forze dell’ordine. La parte più importante della triste faccenda, ovvero il nome della giovane vittima, chi lo ricorda? Oggi, per tutti, è un ladro di biscotti.

Niente. Non c’è niente da fare. Siamo assuefatti alla futilità, come scimmie ammaestrate non sappiamo più riconoscere l’essenziale e ci facciamo trascinare da polemiche isteriche, scritte e interpretate da grandi firme del giornalismo.

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