Kurt Cobain l’anti idolo

Di Marco Narzisi

Oggi Kurt Cobain, leader dei Nirvana, uno dei gruppi più influenti degli anni ’90, avrebbe compiuto 50 anni, se un Male oscuro e invisibile non lo avesse divorato da dentro al punto da volersi tirate fuori nel modo più tragico possibile.

Faccio parte di quella generazione che ha conosciuto Cobain quasi direttamente, avevo 13 anni quando iniziai a sentire parlare di questo gruppo, i Nirvana, che spaccavano di brutto, per poi sentire la tragica storia del cantante che si era sparato in casa sua a soli 27 anni. Come molti, ho avuto l’approccio soft ai Nirvana con quel capolavoro che è “Unplugged in New York”, il concerto acustico tenuto a MTV pochi mesi prima della morte, per poi perdermi nei suoni sporchi e viscerali di tutti gli altri album, dagli inizi grezzi di Bleach fino alla devastazione che permea tutto In Utero.

Di Cobain se ne sono dette tante: disadattato, vittima del suo stesso successo, tossico irrimediabile, ragazzo troppo fragile per sostenere il peso delle aspettative; ma il personaggio di Cobain va contestualizzato nel tempo e nello spazio, in un periodo come i primi anni Novanta fervidi di cambiamenti anche epocali e di crolli di certezze e ideali, e in un luogo come Aberdeen, stato di Washington, il paese di taglialegna in cui Cobain è nato e cresciuto prima di spostarsi a Seattle, un ambiente profondamente conservatore e impregnato di razzismo e maschilismo, tanto che proprio le provocazioni e il disgusto verso il machismo saranno uno dei temi centrali della produzione dei Nirvana. Mettiamoci anche un’infanzia difficile dopo il divorzio dei genitori, passata a vivere principalmente con la nonna e soprattutto l’odiato nonno, e gli elementi per una personalità complicata e tormentata ci sono tutti.

Musicalmente, i Nirvana, così come tutto il movimento grunge di Seattle di cui rappresentano l’anima più punk e nichilista, sono il momento di rottura con i lustrini e le paillettes del glam degli anni Ottanta, la rottura con un modo di fare rock ormai svuotato da ogni significato umano e biografico e votato ormai alla ricercatezza formale e alla tecnica esasperata e a volte quasi fine a se stessa dell’hard rock (citofonare Michael Angelo, Yingwie J. Malmsteen e via dicendo). Tutto questo venne spazzato simbolicamente dai quattro accordi con cui si apre Smells like teen spirit, track iniziale dell’ormai storico Nevermind, il disco che consegnò i Nirvana al grande pubblico, e che in un certo senso contribuì ad aumentare il disagio di Kurt: nessuna tecnica vocale raffinata, nessuno studio, nessun assolo chilometrico, solo quattro semplici accordi buttati giù spontaneamente, una voce che segue una specie di flusso di coscienza e che poi esplode grezza e viscerale nei ritornelli urlati. È una furia, qualcosa di mai sentito prima, un urlo di un’intera generazione che fa a pezzi gli ideali dei padri ma non riesce a ricrearsene di nuovi, che vuole buttare nel cesso le apparenze e le esteriorità e concentrarsi sul proprio vissuto personale, sui propri disagi: si buttano via i giubbotti di pelle e le borchie, si spacca in due il phon abbandonando le ridicole acconciature cotonate degli anni Ottanta in nome di un modo di essere improntato alla spontaneità e immediatezza, capelli lunghi e poco curati, jeans strappati e soprattutto le ormai celebri camicie di flanella a quadrettoni.

Ed è proprio questo spirito del grunge che, dopo il successo planetario di Nevermind¸ farà sentire Kurt Cobain sempre più estraneo a quello star system in cui i Nirvana si trovano improvvisamente catapultati: Kurt percepiva, forse, di aver perso la spontaneità degli inizi, costretto all’interno dei riti e delle formalità dell’industria musicale che succhiava le sue energie vitali; ormai, come scrive nell’ultima lettera, salire sul palco era diventato quasi come “timbrare il cartellino”, non si divertiva più, e ciò che lo devastava era il fatto di sentire di star quasi ingannando i propri fan, di recitare un ruolo che ormai non sentiva più suo e che portava avanti in modo artificioso. A dare la mazzata finale ad un animo instabile arriva l’eroina, l’unico modo per calmare il mal di stomaco lancinante che lo affliggeva da tempo e che sentiva l’avrebbe divorato da dentro, un male oscuro che gli fa sembrare priva di senso la vita nonostante la presenza della moglie Courtney Love e della figlia Frances, e che sfocia nei tentativi di suicidio, di cui quello più eclatante con un micidiale cocktail di champagne e 60 pastiglie di Roipnol durante la tournèe romana dei Nirvana. Fino a quel 5 aprile del 1994, in cui, dopo aver scritto la lettera di scuse ai fan, citando i versi di Neil Young “Meglio svanire che bruciare lentamente”, Kurt Cobain nella sua casa di Seattle punta il fucile verso di sé, e fa fuoco: sceglie di andarsene in una sola fiammata, Kurt, consapevole di non poter essere il salvatore di nessuno, il profeta di nessuna generazione.

Dopo Cobain nulla sarà più lo stesso: si inizierà a capire che si può fare musica e dire qualcosa anche senza anni di studio, che si può salire su un palco semplicemente in jeans e maglietta e urlare la propria rabbia su quattro accordi, che non servono sintetizzatori ed elettronica ma basta una chitarra e una voce; quella stessa chitarra e quella voce con cui Cobain, in quello studio di MTV a New York, riportava i pezzi sporchi ed elettrici dei Nirvana ad una dimensione più intima e spontanea. Era unplugged, ma era punk, davvero.

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