La dieta

Di

Parte prima.

Inizio di dicembre.

La gola, intesa come vizio capitale, si fa sempre viva nei luoghi meno opportuni, come per esempio al supermercato “Antonia cara, Natale è una volta all’anno, perciò compera pure tutto quello che vuoi e strafogati, comincia da subito, guarda che bei cioccolatini, guarda che bei panettoni, pandori, biscotti, datteri, arance candite, spagnolette, marzapane. Non vorrai farti mancare l’insalata russa e le terrine, vero? Ma goditela un po’ questa vita!”.

E allora io che faccio? Riempio il carrello della spesa come quella volta che Bush Senior proclamò la prima guerra del Golfo, quando ecco che si fa sentire il senso di colpa, sempre in agguato, brutto stupidino: “Poi in gennaio ti metterai a dieta, cambierai il tuo stile di vita, riprogrammerai la tua mente, diventerai come un Sadhu, vivrai con acqua, una foglia d’insalata e un dattero al giorno, in perfetta salute e la tua pancia tornerà ad essere piatta come quella di Melania Trump.”

Parte seconda.

Metà di gennaio.

L’abbuffata si è consumata. Il frigorifero è finalmente vuoto, dicembre è alle spalle. La dieta può cominciare. E siccome si fanno le cose per bene o si lascia stare, decido di abbinare alla dieta un po’ di ginnastica. Cerco in rete e trovo degli esercizi che promettono che in ventotto giorni riacquisterò tonicità muscolare. Mi ci applico con molta diligenza e precisione, anzi, la supero la precisione. Perché, se l’esercizio prevede inizialmente quindici secondi in posa “flessione da marine” con un aumento graduale fino ad arrivare a due minuti, io passo subito a torturarmi per un minuto. Tanto io sono brava, bravissima, io sono la più brava, guarda come tengono i muscoli delle braccia. Niente male per una della mia età che non fa mai niente e che non va mai in palestra, ho decisamente una marcia in più.

Che si trasforma in retromarcia il giorno dopo. Al posto delle braccia mi ritrovo con due tronchi di trenta chili l’uno, la schiena è bloccata a novanta gradi, cammino come se stessi scendendo dalle scale di una Skihütte con gli scarponi di sci ai piedi per andare in bagno, e ho acido lattico dappertutto che potrei farci uno yogurt.

Il mio umore è sotto i tacchi, quando la gola mi parla di nuovo: “Povera Antonia, non puoi sopportare dieta e dolori, non è umano. E visto che nel tuo corpo ti restano solo le papille gustative in grado di intendere e di volere, concediti pure di consolarti con un dolcetto.”

Prima tergiverso, poi ci penso su e mi dico che se abbiamo la gola è perché ci sarà un perché, cosicché do fondo alla mercanzia gastronomica natalizia che ho acquistato ai saldi post natalizi – come si fa a rinunciare alle scatole di cioccolatini e biscotti alla cannella scontati al cinquanta per cento? – e che avevo nascosto perché ero sicura di scordarmela. Il risultato è strepitoso, dopo un paio di giorni le braccia tornano ad essere braccia, la schiena torna dritta, e con le gambe che mi ritrovo potrei essere scritturata come étoile del Bolshoi.

Parte terza.

Febbraio.

Sono guarita, evviva, la crisi è alle spalle, cucina e frigorifero sono di nuovo vuoti, è questo il momento perfetto per ricominciare una nuova vita, la vera dieta, è febbraio, il mese di un nuovo inizio, il mese delle belle speranze, il mese che introduce la primavera.

Oggi riempirò il mio carrello della spesa con pane integrale, verdure di stagione, frutta e tanto entusiasmo. Oltrepasso le porte scorrevoli del supermercato che si spalancano automaticamente al mio passaggio, sembro il Re Sole che attraversa gli orti della Reggia di Versailles, alzo il mento, allungo il braccio per accarezzare le arance sanguigne esposte in bella mostra tra mandarini e pomodorini, quanto il mio carrello cozza contro qualcosa di solido. È un espositore che contiene un’alzata di frittelle di carnevale.

“Carnevale è una volta all’anno”, la gola.

“Ma va a morì ammazzata sulla ghigliottina!”, il senso di colpa.

“No, vacci tu, e portaci anche Melania Trump!”, io.

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