La stanza dei giochi

Di

Di quando ero piccolo ricordo un camioncino dei pompieri con i soldatini bianchi di plastica. Non erano quelli che volevo, e lo dissi a mia madre. A lei dispiacque. Avrò avuto 5 o 6 anni ma me lo ricordo ancora. Con rimorso. Lei voleva farmi un regalo, e io nella mia tracotanza infantile l’avevo rifiutato. Ci penso da 45 anni. E non l’ho mai dimenticato, perché i bambini possono essere crudeli a volte.

Un nonno di 70 anni abusa di una bambina, sua nipote. 80 gli abusi riscontrati, la difesa dice 10. 11 gli anni chiesti dalla procuratrice Borrelli. Ecco, non voglio torturarlo, appenderlo per le palle o fare tutte quelle cose che sento che tutti o molti vorrebbero fare. Penso soprattutto alla bambina, una tredicenne che da anni subiva le violenze sessuali del suo nonno. Io non li ho conosciuti i miei nonni, erano morti tutti e quattro e ho sempre invidiato chi ce li aveva. D’accordo, avevo una marea di zie, zii e cugini, ma ho sempre pensato che coi nonni il rapporto dovesse essere diverso. Un po’ come quello col papà e la mamma, ma con meno ansie, più serenità e meno problemi che scorrono sugli occhi come sottotitoli in un film. Pensavo che i nonni potessero essere dei papà e delle mamme di scorta, e io non li avevo, era un po’ come non avere l’airbag dei sentimenti.

Nella stanza dei giochi si consumava quel tradimento, veniva meno l’impegno morale, il patto di sangue della protezione. E il silenzio chiuso nel petto di quella ragazzina gonfiava come fango nero, cresceva come lievito torbido e infame, la soffocava come il nonno quando le saliva sopra. Lo ha consegnato alla carta amica che la mamma ha ritrovato. Mamma che sì che si è spenta nel leggerlo ma ha avuto il coraggio devastante di denunciare. Penso a mia madre e ai soldatini di plastica, alla sua faccia triste quando le dissi che non mi piacevano. Scusa Mamma, anche se non ci sei più. Mi dispiace tanto.

Non riesco a pensare al nonno, mi cresce solo una grande pena per la bimba, la tristezza che, anche se giustizia sarà fatta, cambierà poco nella tragedia che si è consumata in quel seminterrato. Non ci sarà risarcimento per i sogni rubati, non ci sarà malta che potrà suturare le crepe dell’anima sgretolata. Non ci sarà fiducia che è schiacciata a terra come un uccello morto. Fidarsi ciecamente del nonno è obbligatorio, te lo chiede la vita. Sangue e carne, anima e pensiero. Non ho voglia di parlare di lui, penso che l’ho già detto. Penso che se uscirà avrà quasi 80 anni, con la buona condotta, ma mi sento spento, non mi fa gioire. Penso che famiglia e amici l’hanno già seppellito.

Non avete idea delle schegge. Una cosa del genere è come una mina, che vola a mezz’aria e colpisce chiunque sia vicino. La vittima, i parenti, gli amici. Tutti attoniti, tutti bloccati in un’inutile, immobile sentenza che non riescono a emettere. E nel mentre, gli shrapnel impazziti bucano, lacerano, strappano, sdruciscono un piccolo mondo, quello che girava intorno al nonno e alla bambina.

Una cara amica mi ha scritto che cure adeguate potrebbero farla sopravvivere al trauma e farla diventare una donna più forte. Non devi considerarla solo una vittima, mi dice. Spero proprio di sì. E di questa storia amara, che fa male e brucia come il limone sulle dita quando ti mordi le pellicine, rimane solo una nota stridente nella testa, che buca e che ti fa pensare e che vorresti che queste cose non succedessero, non a 20 chilometri da casa tua o dietro l’angolo e nemmeno in un pianeta lontano.

Certo che ti farò del male. Certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo.

Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza.

Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno.

Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza.

Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry

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