Sessismo 2.0

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Non so se ci avete fatto caso, ma in questi giorni si parla molto di sessismo, ossia di quella odiosa discriminazione basata sulla appartenenza a un genere biologico, quasi sempre femminile.

Il tema è in effetti centrale: dalle foto rubate alla “schiena lardosa” della neomamma Giorgia Meloni, immortalata a tradimento durante la pausa pranzo, alle critiche all’opportunità di indossare un abito scollato per parlare di cyberbullismo, come se una donna fosse credibile solo se coperta dalla testa ai piedi, fino alla depenalizzazione del reato di maltrattamenti in famiglia in Russia, Paese dove la piaga della violenza sulle donne è molto diffusa.

Tuttavia ci sono due recenti casi di sessismo o presunto tale che meritano di essere approfonditi. Uno è avvenuto nel nostro piccolo Cantone, a dimostrazione che il problema ci riguarda più di quanto pensiamo, l’altro non troppo lontano, a Roma.

Il primo episodio ha come protagonisti una pagina Facebook e una conduttrice e attrice che lavora per la tv pubblica svizzera. La pagina social ha un discreto seguito, soprattutto di giovani, ha un taglio ironico che spesso si fa beffa dei paradossi del Ticino. La conduttrice è giovane e avvenente. Tanto basta per far sì che la pagina pubblichi un “meme”, nel quale la ragazza viene elencata tra le “cose nelle quali i ticinesi vorrebbero entrare”. La televisione pubblica per la quale la conduttrice lavora non ci sta e intima alla pagina di rimuovere il contenuto ritenuto offensivo per la loro dipendente, riservandosi di adire le vie legali. L’admin della pagina, a sua volta, rivendica la libertà di espressione. Il commentatore ticinese medio, infine, grida allo scandalo: come può la tv pubblica sprecare i soldi del contribuente per difendere una sua dipendente?

Ma lasciamo per un attimo gli studi di Comano e facciamo un salto a Roma. La città eterna ha molti problemi in questo periodo, tra i quali un sindaco, finalmente donna, che ha scelto di circondarsi di collaboratori sbagliati. Intercettazioni, mai confermate, e malelingue invidiose, chi lo sa, insinuano che il sindaco donna, Virginia Raggi, intrattenesse relazioni intime con almeno uno dei suoi collaboratori. Per questo motivo, un quotidiano di area di destra le ha dedicato il titolo a effetto “la Patata bollente”. Apriti cielo: Virginia non si tocca! Il titolo è indegno e sessista. Peccato che lo stesso titolo fosse stato dedicato in passato all’ex Presidente del Consiglio Berlusconi e alle sue cene galanti, consessi di alta società, dalle quali si mormora, ma è solo una voce per carità, che siano uscite molte signore che hanno in seguito occupato posti istituzionali. La domanda sorge spontanea: perché riservare un trattamento di favore alla Raggi? In entrambi i casi si trattava di una storia di relazioni private che si intrecciano con nomine pubbliche. Quale sarebbe dunque la scusante di Virginia? Semplice, l’essere donna. E cosa c’entra il caso romano con quello ticinese? Ancora più semplice: in entrambi i casi l’appartenenza al gentil sesso pone le protagoniste su un piano diverso rispetto agli uomini.

Nel caso ticinese l’essere donna, con l’aggravante della bellezza (l’intelligenza che pure c’è non viene considerata) è il pretesto per rendere la vittima un oggetto sessuale, paragonato ad una “cosa” in cui si vorrebbe entrare, pari alle terme o a uno stadio. Una cosa, un pezzo di carne di cui ci si può servire a piacimento. E della quale si può anche ridere, mettendo la sua immagine su una pagina pubblica e dandola “in pasto” al popolo della rete.

Nel caso romano, essere donna è ugualmente un pretesto. Tuttavia, in questo caso il genere non è strumento per denigrare, ma per esimere, per risparmiare ad un personaggio politico un trattamento, non giusto, ma che era stato riservato in passato ad un suo collega maschio (e a molte colleghe femmine dello schieramento avverso…). In un certo senso, un caso di “sessismo” sui generis, che però non fa altro che evidenziare che nel 2017 uomini e donne ancora non sono uguali.

Eppure lo siamo: siamo talmente uguali che possiamo partecipare ad una missione spaziale di mesi come Samantha Cristoforetti, vincere premi Nobel come Rita Levi Montalcini, avere figli e lavorare, scegliere di non averne ed essere lo stesso donne realizzate, andare in un campo profughi da sole e compiere dei miracoli, fare qualsiasi cosa esattamente come fanno gli uomini. E anche talmente uguali da prenderci le stesse responsabilità degli uomini se sbagliamo e accettare (e protestare contro!) titoli come “la Patata bollente”.

L’uguaglianza però non deve mai essere data per scontata. Bisogna richiederla a gran voce e con tutti i mezzi, ogni giorno, senza mai deporre le armi.

Per questo la televisione pubblica ticinese fa bene a indignarsi e a difendere con tutti i mezzi la sua dipendente: non c’è modo migliore per spendere i soldi dei contribuenti. La battaglia, infatti, non riguarda solo la dignità di una loro dipendente, ma di tutte le donne.

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