St. Moritz: venghino signori, venghino!

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Non che sia proibito promuovere la propria mercanzia, ma non come fa lo sport, specchio del nostro tempo. Come fa lo sci per esempio, dove il padrone del circo (bianco) per attirare pubblicità e sponsor gioca con la vita dei trapezisti: “venghino signori a vedere il triplo salto mortale senza rete”.

Kitzbühel, forzando la mano alla Federazione di Sci, ha mandato al massacro il nostro Albrecht, che ha chiuso la carriera su un salto finale enorme e inutile, se non per il sollazzo dei 40’000 al traguardo: pagano e devono pur avere qualche brivido, no? Bene, hanno pensato a Garmisch: non abbiamo la “Mausefalle” (la trappola per topi), non abbiamo il salto del “Hausberg” seguito dalla diagonale, dalla picchiata e dal salto finale? Costruiamo due trampolini artificiali e aggraviamo la difficoltà facendoli precedere da una curva a raggio stretto: chi sbaglia traiettoria, non potrà più correggere se non come ha fatto in via del tutto eccezionale Erik Guay capace di muoversi in volo come i gatti e di cadere sul fianco, salvato dall’airbag (un’idea dal campione italiano Ghedina, non certo della FIS che l’ha solo vidimata), Guay, che il giorno dopo con la paura addosso non scende, ma che oggi va a vincere il titolo mondiale nel super-gigante.

L’impresario sa che il pilota, il motociclista, il discesista amano la sfida, come i bambini degli anni ‘50 del secolo scorso che si arrampicavano sui castagni a 10 metri di altezza, senza protezioni, a caccia dei ghiri che rubavano cibo prezioso ai contadini. Il piacere della sfida è innato. Ma non va stimolato per secondi fini. Non tutti hanno fortuna. Lo statunitense Nyman voleva chiudere a St. Moritz, ha chiuso mestamente a Garmisch rompendosi i legamenti. “The show must go on”: la frase pronunciata da Avery Brundage allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera nel corso della cerimonia funebre in ricordo degli atleti israeliani è un dogma. Se capita qualcosa bisogna insabbiare per dimenticare in fretta, sennò lo spettabile pubblico scappa e la cassa piange. Bisogna rimuovere. Qualcuno si è dato la pena di sapere come sta il francese Valentin Giraud-Moine che a Garmisch urlava dal dolore con le gambe ciondolanti come quelle di un giocattolo rotto? No, bisogna passare all’acqua bassa.

Hanno fatto così anche i campioni del passato diventati commentatori tecnici televisivi, troppo legati alla greppia che li ha fatti grandi per dire una parola in più: “ognuno è responsabile delle proprie scelte, chi non se la sentiva doveva rialzarsi prima del salto, togliere velocità”. Vero e nello stesso tempo squisitamente ipocrita: perché il discesista non può avere paura, se vuol rimanere in squadra: deve rischiare. E allora la responsabilità è di chi li manda al macello. La prova? Il giorno dopo i salti non c’erano più, limati, spariti. Insabbiare, come fa il comunicato ufficiale: “nessuna frattura, solo una lussazione”. E tutti a tirare un sospiro di sollievo, pensa te quella fifona di Lindsay Vonn che a Cortina ha dichiarato di aver abbandonato la TV disgustata da ciò che vedeva. Bollettino dei chirurghi Bertrand Sonnery-Cottet e Jean-Marie Fayard dell’ospedale privato Jean-Mermoz di Lione che hanno operato lo sciatore francese per 4 ore e mezza: “Valentin aurait pu perdre l’usage de ses jambes”.

Ma è stato soccorso a tempo e così ha evitato le complicazione vascolari che hanno costretto i medici ad amputare una gamba all’austriaco Mathias Lanzinger a Kvijtfiel, nel 2008. Minimizzare: “non è capitato al salto”. Certo, ma l’impatto ha logorato il ginocchio che poi ha ceduto. Imparato qualcosa? Negativo: sabato la discesa dei mondiali di St. Moritz presenterà una prima mondiale: sul salto “Rominger” saranno rilevate in diretta TV la lunghezza, la durata del volo, e la velocità all’atterraggio. Non siamo ai mondiali di salto con gli sci, ma per qualche brivido in più… Poi, come proibire agli altri di fare lo stesso?

Per lo spettacolo, per la tv, per noi. Baudelaire: “hypocrite lecteur, mon semblable, mon frêre…”

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