Van Gogh e i social

Di Dino Zini

Avete mai ascoltato la canzone di Caparezza “Mica Van Gogh”? No? Beh, allora fatelo. E ascoltatene bene il testo. Ammiriamo Van Gogh, abbiamo i suoi quadri come sfondo del PC, stampati sulle lenzuola, come riproduzione dozzinale rinchiusa dentro una cornice da quattro soldi presa al supermercato. Van Gogh è un mito. Piace a tutti. Basta andare a Parigi, nelle sale del Musée d’Orsay dedicate alle sue opere e contendersi a gomitate un posto davanti ad uno dei suoi quadri, per renderci conto di quanto questo artista sia divenuto una sorta di “pop star” dei nostri tempi.

Un John Lennon della tela. E mentre ne ammiriamo il genio ci stupiamo della “pazzia” che ne ha accompagnato l’esistenza, e ne compatiamo la memoria… Poverino, Van Gogh, il pazzo…. Ebbene, la canzone di Caparezza ci mostra senza pietà come i pazzi siamo noi:

“Lui, trecento lettere, letteratura fine – Tu, centosessanta caratteri, due faccine, fine”.

Il confronto tra letteratura e SMS diventa così il confronto tra la vita vera, vissuta, di un artista e la nostra vita superficiale e vuota sui “social”. Anche la politica passa per questi canali e, anzi, vive oramai prevalentemente in essi. Una qualsiasi cosa: persona, avvenimento, dolore devastante o gioia immensa, esiste solo se presente in rete, se commentata, masticata e digerita dal web. I social che ci dovevano permettere di condividere il nostro mondo sono finiti per essere il nostro mondo.

Non si pubblica qualcosa che si è fatto o vissuto, bensì quel qualcosa inizia ad avere una sua consistenza nel momento in cui la si pubblica. Prima non esiste! Non pubblichiamo qualcosa della nostra vita, ma viviamo la vita nei commenti, nelle discussioni e nei confronti, spesso di livello tristemente basso, che hanno luogo sui “social”. E siccome i “social” sono sempre lì, pervasivi, che ci guardano dal PC, ci scrutano dal tablet e ci accompagnano nello smartphone, ecco che bisogna sempre avere qualcosa da discutere, da dibattere, su cui dire la nostra.

Ed ecco che le discussioni diventano, inevitabilmente, fuffa, discettazioni sulla fuffa, sul niente. Sulla foto del pranzo della collega o sullo stato dell’amico (amico di “social”, magari mai visto né conosciuto)

E quando si parla di cose importanti, determinanti, l’incontinenza caratteristica di questi mezzi fa sì che si parli, parli, parli… senza cognizione di causa, senza veramente conoscere ciò di cui si parla. Perché non ci sono più lo studio, il lavoro, l’esperienza, il sacrificio, la specializzazione… ci sono solo i “social”; tristemente livellanti, dove il parere di chi ha dedicato la propria esistenza allo studio di un tema vale quanto il rutto del primo cretino che su quel tema esprime, magari in mutande davanti allo schermo.

Ecco, siamo diventati democraticamente dei cretini. Quando più di trent’anni fa potei scambiare per la prima volta via terminale un messaggio con una persona in un laboratorio al di là dell’oceano mai avrei potuto pensare che la forza della tecnologia che stava nascendo avrebbe contribuito a rincoglionire irrimediabilmente l’umanità anziché a migliorarla. E allora cerchiamo ci cogliere la scossa nella canzone di Caparezza: la vita è altrove, è altro. Usciamo dalle nostre chiacchierate alienanti, fatte di fuffa, che popolano le giornate nella rete e riappropriamoci della vita vera. Usciamo dai nostri schermi, dalle catene di “like”.

E diventiamo veri conoscitori di quello che viviamo, pensiamo e sosteniamo. Magari stiamo zitti, se non conosciamo qualcosa. O impariamo, con rispetto, da chi ne sa più di noi. Chissà…. forse scopriremo che non è così necessario comunicare le nostre esperienze a qualcuno: l’averle vissute ci basterà.

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