“Vieni dolce morte, vieni”

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Così cantava il legionario, uno dei personaggi dei libri di Sven Hassel, quando era circondato dai proiettili e dalle bombe. Qui non si muore più di bombe, ma di sicuro si muore. Recentemente a Chiasso hanno fatto rumore degli stabili adibiti a eutanasia.

La buona morte è il suo significato in greco. E io per curiosità ho affrontato il tema su Facebook, chiedendo un parere a chi mi circonda. Non pensavo però di sollevare una questione così intensa, che ha quasi imposto alla gente di rispondere, di spiegare, di dare la propria testimonianza. Sono stato travolto da più di 70 post, e non robetta da due righe ma, spesso, riflessioni profonde, interessanti e condivisibili. Mi scrive ad esempio Rita (privatamente, uso un nome di fantasia, perché lavora nell’ambito geriatrico):

“(…) La questione è che non dovrebbero nemmeno esistere gli appartamenti della morte. La vita è ovunque   la morte anche. Perché la morte dovrebbe avvenire in posti isolati ? Perché sempre demandata ad altri ? Queste discussioni nascono per una grossa lacuna legale svizzera. Suicidio assistito ed eutanasia devono essere legalmente permesse e regolamentate, per permettere a tutti di accedervi in modo dignitoso. Morire in un appartamento non tuo con persone che non conosci e di nascosto non trovo sia dignitoso. (…)”

Nei commenti vedo Kamran, lui è iraniano, gli chiedo un parere dell’islam. Io non sono credente mi dice, ma mi informo. Scopro così che anche l’islam è ostile al suicidio, come il cristianesimo:

“Sia per musulmani Sunniti che Sciiti il suicidio è HARAM (proibito) e dal corano viene considerato uno dei peccati maggiori. C’è una sura del corano che dice che chi si suicida, continuerà a suicidarsi all’inferno. Però il martirio è ammesso, anche la giurisprudenza islamica è concorde.”

Lara, Barbara e alcuni altri, temono soprattutto la solitudine che una morte del genere ritengano debba comportare.

“A mio avviso l’approccio palliativo è migliore poiché si propone di sollevare dalle sofferenze, attraverso una presa a carico a 360°. La morte assistita a me risuona tanto di solitudine (per il malato) e sensi di colpa (per chi sopravvive). Mi sa di sconfitta … no, personalmente non mi trova a favore.”

“(…) Pochi mesi fa in Svizzera romanda un signore anziano voleva farsi aiutare a morire da Exit (era gravemente depresso). I suoi fratelli si opponevano e in qualche modo la cosa è finita in tribunale. Il povero signore in questione alla fine si è buttato giù dalla finestra. Questa sì che è solitudine e incomprensione (…)”

Altri, come Franca, temono il mercimonio della buona morte, il lucro che potrebbe circondare un’operazione di questo tipo. Potrei essere d’accordo, poi mi dico che nessuno stigmatizza gli impresari di pompe funebri, che dei morti, decorosamente, vivono.

“Certo morire è un diritto ma vorrei si potesse fare in ospedale o in un luogo protetto con tutti i crismi. Detesto che si faccia un mercato della “dolce morte” come sembra avvenga.”

C’è invece chi, come Silke, rimane frastornata dall’ipocrisia che circonda la morte nella nostra società. O Angelina, che accoglie con serenità la possibilità:

“ (…) sono sbalordita e non capisco niente. Se la mia vicina di casa volesse fare questo, io andrei a trovarla e a salutarla, contenta di avere questa possibilità, contenta per lei che non dovesse più soffrire e avrei rispetto per la sua decisione, che nessuno che è in buona salute potrebbe capire né sapere cosa proverebbe se si sentisse dire: Non avrà più molto tempo, Signore/a.(…)”

“Io credo che sia una gran fatica essere malati gravi e cronici. Si viene ospedalizzati e altri decidono per noi…

Il suicidio assistito può essere una scelta di grande libertà e io personalmente sono molto sollevata al pensiero che esista questa possibilità.”

Mara si spinge oltre e chiede addirittura una struttura pubblica, cosa che mi trova decisamente d’accordo. Nascita e cure sono prese a carico dal nostro stato, lo dovrebbe essere anche, pietosamente, con la morte, così si eviterebbero anche dubbi.

“Mi vien da dire che già non abbiamo la libertà di scegliere se, e dove e come nascere.. ben venga allora quella di poter scegliere se, dove e come andarsene! Penso che per nessuno sia una scelta fatta a cuor leggero, quindi rispetto chi lo sceglie e ritengo meriti strutture e persone adeguate che se ne occupino. Preferirei anch’io che fosse un servizio pubblico e non un business…”

Manuela è contraria per esperienza vissuta.

“Sono sempre stata favorevole al suicidio assistito, ho cambiato idea da quando è capitato un caso vicino a me, una tristezza infinita, morire perché hai paura di rimanere solo nella malattia, perché questo è.”

Mixaris ribadisce che il punto essenziale non deve passare per stereotipi o ideologie, ma per diritto di scelta. Conta il principio insomma.

“(…)Quando qualcuno ci domanda se siamo pro o contro l’aborto, io rispondo che sono contraria, ma se qualcuno mi chiede se sono pro o contro il diritto di decidere, allora rispondo di essere a favore di questo principio. (…)”

Lapidaria Nadia. Che specifica anche gentilmente le differenze tra eutanasia e morte assistita.

“Anch’io favorevole al suicidio assistito: ognuno ha il diritto di decidere il momento in cui smettere di soffrire. Egoismo! Dicono alcuni. Sì, no, può darsi. Ma forse ben venga un po’ di sano egocentrismo in un momento così importante e introspettivo dell’essere umano. Penso che questa scelta sia legittima, comprensibile, rispettabile e dignitosa quando viene presa, in piena coscienza, dopo un lungo cammino di sofferenza fisica e psicologica. (…) in Svizzera l’eutanasia non è legale, bensì il suicidio assistito. L’eutanasia è la morte procurata da terzi: in questo caso il medico, l’infermiera o lo specialista di riferimento inietta i farmaci. Nel suicidio assistito è il paziente stesso a prendere i medicamenti che lo condurranno alla morte, insieme c’è una persona che supervisiona il tutto ma non fa nulla, appunto assiste.”

 Mi piace la barricadera Teresa, che non ci gira tanto in giro e ribadisce uno dei diritti in fondo fondamentali dell’uomo e della donna. Meno disposta al compromesso invece Camilla. E addirittura perentorio Simone:

“Io sono assolutamente a favore al suicidio assistito e ho anche specificato in famiglia che se dovessi ammalarmi non voglio accanimento terapeutico. Alla domanda del signor Fonio (Giorgio Fonio aveva chiesto se saremmo stati disposti ad avere nel nostro condominio un appartamento adibito ad eutanasia, NdR) rispondo a me non darebbe nessun fastidio se nel mio condominio ci fosse una di queste associazioni, basta con ‘sto bigottismo, voglio essere libera di vivere e ancor di più libera di morire.”

“Nel mio quartiere un andirivieni di morituri e di bare mi turberebbe … sarà che non ho risolto il mio rapporto mooolto conflittuale con la morte!!!”

“Assolutamente pro suicidio assistito, ognuno dev’essere libero di poter fare questa scelta anzi, non si dovrebbe nemmeno discuterne.”

Elisa e Lupita sono pragmatiche, e si sono portate avanti.

“Sono abbonata a Exit da anni. 45chf che pago per essere certa che quando non ci sarò più con la testa si prenderanno cura di me.”

“Sono assolutamente favorevole all’eutanasia, tanto che conto di iscrivermi a exit e chiedere di farmi fuori se dovessi ammalarmi o diventare demente. Questo per due precisi motivi. Il primo è che voglio uscire dignitosamente e non perdendo bava e feci chiusa in un ricovero. La seconda è che dopo aver pagato cassa malati tutta la vita, pur avendo visto il medico 3 o 4 volte in tutto, stato e casa anziani si mangerebbero il lavoro di tutta una vita, che preferirei andasse a mio figlio. La vecchiaia è diventata un business di cui non intendo far parte.”

Un bravo anarchico Matteo che, anche lui, rivendica il primato di decidere di se stesso.

“Una cosa comunque mi irrita, il tentativo attraverso credenze irrazionali di imporre a “tutti” cose assolutamente personali, a me non frega nulla se vuoi morire decomponendoti pian piano da vivo su un lettino, ma non dirmi cosa devo far.”

Cosimo, di fine intelligenza, coglie un aspetto fondamentale del decorso di questo concetto nella nostra società.

“Una volta un suicidio era problema del singolo ora si vuole un riconoscimento sociale così la società deve fornire il servizio. In attesa che il servizio sia preso in carico dai vari Sistemi Sanitari degli Stati i privati si sono già organizzati da tempo per cui ora dobbiamo discuterne anche in ambito di lotta di classe per il diritto ai meno abbienti.”

Gabi ci fa notare che in Olanda sono già molto più avanti, avendo proposto addirittura una pillola di veleno per gli over 70, da poter avere liberamente a disposizione. Mia fa notare, giustamente, che uno dei maggiori freni da noi è la religione cattolica, come dicevamo all’inizio.

Bettina invece ci porta la sua toccante esperienza, grazie Bettina.

“Mio marito è morto di cancro all’intestino, a casa! In mano ai medici avrebbe subito operazioni inutili da prolungare la sofferenza, in ospedale sarebbe stato nutrito ed idratato artificialmente. Perché voler allungare il tempo della vita? A casa ha semplicemente smesso di bere, quindi sapevo che sarebbero rimasti 3 giorni. Rifarei la stessa scelta, e spero di poterla fare un giorno anche per me!”

Gina, affronta una tematica interessante, valutando anche le pressioni della società su malati e disabili, pressioni che, secondo lei, potrebbero portare a voler “togliere il disturbo”.

“Secondo me un aspetto ancora manca nelle molte considerazioni fatte finora: nessuno teme che in questa nostra società, dove tutto deve rendere, tutto deve essere bello e filare via liscio, dove la vecchiaia, la disabilità, la malattia e la morte vengono considerate un male di cui nessuno ha tempo di occuparsi, dove se parliamo di sanità subito si associa il termine “esplosione dei costi”, dove la solidarietà viene meno, dove il lavoro di cura non gode di alcun prestigio e il personale di cura, di conseguenza, subisce pressioni e tagli per essere più “efficace” … non vi sembra facile che una persona anziana (o anche giovane), malata terminale, possa sentirsi in obbligo morale di suicidarsi? Per non pesare sulla società? Per me, anzitutto, va valorizzato il lavoro di cura, e vanno migliorate le cure palliative. Poi dico NO all’accanimento terapeutico certamente. Sul suicidio assistito ho dei dubbi, come li ho anche, ad esempio, sulla diagnosi prenatale e sulla procreazione assistita.”

Gabi, invece ci precisa che le associazioni di Exit e Dignitas non sono a scopo di lucro, informazione interessante, visto che crea numerosi dubbi tra la gente.

“Vorrei sfatare un concetto che vedo tra i commenti: Exit e Dignitas non sono associazioni a scopo di lucro. Il pagamento per le prestazioni da loro offerte e dagli enti a loro collegati coprono le spese effettive, spese mediche, giuridiche, di sostegno psicoligico per l’utente e la famiglia, per le cliniche, per le cure palliative prima dell’atto finale (…)”

Concludiamo con Toto, che ha addirittura già donato il suo corpo alla scienza.

“Ho donato il mio corpo alla scienza diversi anni fa … in caso dovessi ammalarmi senza speranze di guarigione, ricorrerò alla scienza per una morte rapida e indolore.”

 Insomma, decine di voci, di pensieri, di idee filosofiche su cos’è la morte, su come va affrontata e su cosa rappresenta. Dal canto mio, penso che la nostra è una società anestetizzata e che dovrebbe riconciliarsi con la morte. Recuperare quel senso orientale di fatalità, perché la morte è parte della vita e come la sofferenza, non dovremmo vergognarcene ma condividerla. Ringrazio tutti coloro che hanno aderito al mio appello, anche se, per motivi di spazio e di doppioni, non li ho potuti citare tutti.

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