Il fascismo preso a pugni

Di Gherardo Caccia

Il nome Leone evoca forza, potenza, prestanza fisica e Leone Jacovacci ne aveva da vendere. Leone, come il re della savana africana, e se oltretutto il tuo colore della pelle, ereditato dalla madre congolese, è abbastanza scuro la metafora è presto fatta.

Leone Jacovacci fa del ring il suo regno: dopo essere scappato giovanissimo da Roma e dal padre si imbarca su quelle navi mercantili dirette verso l’India, imparando i rudimenti della boxe sotto coperta e sui ponti, mentre attraversa il Canale di Suez o cavalca l’Oceano Indiano. Non puoi non notarlo quel marcantonio con la pelle scura e l’accento romano e così Leone inizia a girare l’Europa dimostrando tutta la sua potenza sul ring. In Italia la federazione fatica ad adeguarsi alla verità. È italiano? Ma è negro! Ci vogliono 4 anni affinché quella cittadinanza che gli spetta di diritto gli venga riconosciuta quasi come fosse una grazia. Intanto Leone pensa a combattere, lo vuole fare per l’Italia: non è antifascista, magari simpatizza pure per un regime che però lo teme non poco. Perché Leone piace al popolo, a Roma è un idolo e questo non piace ai gerarchi fascisti. Il 24 giugno 1928 finalmente Leone è in Italia, è a Roma, per combattere un incontro valevole per il campionato italiano e il campionato europeo dei pesi medi. Lo sfidante è un altro italiano, Mario Bosisio. Come se due titoli in un incontro non fossero abbastanza su quel ring andava in scena qualcosa di più: il primo scontro sociale della storia, le due facce dell’Italia d’allora che si prendevano a pugni. Jacovacci è potente, nero, romano, del popolo. Bosisio è tecnico, biondo, bianco come il latte, milanese. Inutile dire chi vinse quell’incontro.

Leone tornò in Francia da Campione d’Europa e fin dopo la guerra fu isolato dal regime fascista. Le leggi razziali sono ancora lontane, ma nella Roma che avrebbe dovuto ”sorprendere l’universo, meravigliosa, ordinata e potente come lo è stata ai tempi di Augusto”, secondo il progetto di Benito Mussolini, non c’era posto per un pugile dalla pelle nera. L’Istituto Luce tagliò i fotogrammi di quell’incontro, Bosisio fu dipinto come vittima di un verdetto ingiusto. Leone Jacovacci fu posto nel dimenticatoio della storia fascista. Leone quel 24 giugno lo aveva cerchiato in rosso nel suo personalissimo taccuino dove marcava i risultati di tutti i suoi incontri, come se sapesse che quel giorno sarebbe stato l’apice e la fine della sua carriera. Quello che forse non sapeva era che quel giorno Leone aveva preso a pugni il razzismo. E aveva vinto.

Trentadue anni più tardi, nel 1960, sempre a Roma, sempre su un ring, un altro uomo di colore vinceva un oro olimpico. Il suo nome? Mohamed Ali. Un altro di quelli che, come Leone, il razzismo lo prendeva a pugni.

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