Legittima difesa o licenza di uccidere?

Di Roberta Condemi

Sono le 3:40 di notte a Gugnano, frazione di Casaletto Lodigiano, in provincia di Lodi, nel cuore agricolo della Pianura Padana.

La famiglia Cattaneo sta dormendo al piano di sopra della loro “Osteria dei Amis”, una di quelle accoglienti trattorie-bar di provincia, porti sicuri in cui potersi rifugiare e scambiare due chiacchiere con amici o sconosciuti nelle interminabili e fredde serate d’inverno.

Improvvisamente Mario, il titolare del locale, viene svegliato da un rumore sordo proveniente dal locale tabaccheria annesso al bar. Ha 67 anni Mario, una moglie, un figlio che vive nell’appartamento accanto al suo con la compagna e tre bambini. E una vita passata ad occuparsi con sacrificio di quella attività di famiglia. Subito capisce di cosa si tratta: le sue zone sono martoriate da furti e rapine e il suo stesso locale ha già subito altre due sgradite visite. Imbraccia il fucile, si precipita per le scale e raggiunge il locale bar nel buio più totale. Mario non è solo: moglie e figlio lo seguono terrorizzati. Giunto nel locale bar, Mario intravvede delle ombre, poi distingue tre sagome che si dileguano con il bottino: un sacco pieno di sigarette trafugate in tabaccheria. Seguono una colluttazione, le urla di sua moglie e di suo figlio che implorano Mario di non usare il fucile e, infine, a spezzare il silenzio della notte, uno sparo. La dinamica esatta non è nota: l’unica certezza è che uno dei ladri, di 33 anni, muore in conseguenza di un colpo di arma da fuoco alla schiena.

Questo triste episodio di cronaca è l’ultimo di una lunga serie. Prima della rapina di Lodi vi era stata quella alla pompa di benzina di Vicenza; prima ancora la rapina e il sequestro di un gioielliere e della sua famiglia nella loro villa; poi il furto in abitazione in provincia di Milano e molti altri casi di cronaca accomunati dallo stesso drammatico epilogo: l’uccisione dell’aggressore da parte dell’aggredito. Si tratta di casi che hanno portato nuovamente alla ribalta il dibattito sulla legittima difesa.

Ma cosa si intende esattamente per legittima difesa? In diritto questa si definisce “causa di giustificazione” o situazione in presenza della quale il soggetto che agisce non è punibile. In Italia la legittima difesa è disciplinata dall’art. 52 del Codice Penale, il quale stabilisce che “non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che difesa sia proporzionata all’offesa”. La legittima difesa rappresenta dunque un residuo di autotutela che lo Stato concede ai cittadini, nel caso in cui l’intervento delle forze dell’ordine non possa essere tempestivo. Tuttavia, la legittima difesa, per dirsi tale, deve avvenire a seguito di un pericolo attuale, una minaccia dell’aggressore tale che la reazione dell’aggredito sia l’unico mezzo possibile per difendere la propria incolumità o quella degli altri. Inoltre, la difesa della vittima deve essere proporzionata all’offesa dell’aggressore. Per questo non è considerata legittima difesa l’uccisione di un ladro in fuga o di colui che aggredisca beni patrimoniali. D’altronde, anche l’art.2 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo stabilisce che la morte non è considerata illecita solo quando è assolutamente imposta dalla necessità di difendersi da una violenza illegittima.

In Svizzera gli artt. 15 e 16 del codice penale disciplinano rispettivamente la legittima difesa esimente e discolpante. Nel primo caso, “ognuno ha il diritto di respingere in modo adeguato alle circostanze un’aggressione ingiusta o la minaccia ingiusta di un’aggressione imminente fatta a sé o ad altri.”; nell’altro, “Chi eccede i limiti della legittima difesa per scusabile eccitazione o sbigottimento non agisce in modo colpevole.”

In Francia è richiesta una reazione immediata e proporzionata all’offesa. In sostanza, la legge francese pone tre limiti al diritto di legittima difesa: la reazione dev’essere compiuta nell’imminenza della minaccia (ciò significa che, per esempio, se l’aggressore è in fuga non può essere legittimamente colpito); deve sussistere una condizione di pericolo per l’incolumità personale dell’aggredito e la difesa dev’essere proporzionata all’offesa.

Per chi voglia fermare un reato contro il patrimonio, vi è l’esplicito divieto di ricorrere all’omicidio.

In Germania, invece, vi è la cosiddetta variabile del bilanciamento degli interessi in gioco. La legittima difesa è ammessa solo se il bene giuridico protetto sia più importante quello violato dall’atto compiuto per difenderlo. In ogni Paese esaminato, vi deve essere proporzione tra danno minacciato dall’aggressore e danno effettivamente subito dall’aggredito. Se l’aggressore minaccia solamente di ferire la vittima, non è accettabile che questa reagisca uccidendola. In Svizzera, tuttavia, si tiene conto dello spavento, di notevole entità, della vittima, una situazione psicologica che può portarla ad eccedere nella difesa.

Queste norme, però, non sono più ritenute sufficienti. Partiti di area di destra cavalcano le giustificate paure della gente e si uniscono ai cittadini nel chiedere un “rilassamento” dei requisiti della legittima difesa. Si chiede infatti di poter reagire, non solo a minacce concrete e nei confronti delle persone, ma anche solo a minacce paventate e alla proprietà. Se in Francia si può reagire alle aggressioni alla proprietà, ma senza sconfinare nell’omicidio del rapinatore o del ladro, in Italia dal 2006 le vittime hanno una sorta di autotutela nel privato domicilio, quando non vi è desistenza del rapinatore e vi è pericolo d’aggressione, fermo restando l’eccesso di legittima difesa. Per esempio, la legittima difesa potrebbe non essere riconosciuta nei casi in cui venga attaccata una persona alle spalle o mentre sta scappando.

Tuttavia, Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sta tornando a chiedere una ulteriore permissività con l’inserimento nell’art. 52 del seguente comma «Si presume, altresì, che abbia agito per difesa legittima colui che compie un atto per respingere l’ingresso, mediante effrazione o contro la volontà del proprietario, con violenza o minaccia di uso di armi da parte di persona travisata o di più persone riunite, in un’abitazione privata, o in ogni altro luogo ove sia esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale». Le conseguenze di una tale modifica sarebbero molto gravi: renderebbero infatti lecito uccidere qualsiasi ladro che si introduca in una privata abitazione o in un negozio.

Dunque rendere più severa la legge è la giusta soluzione? Vero è che, complice la crisi economica e la crescente povertà in Europa, furti e rapine nelle abitazioni sono aumentati. E’ vero anche che è terribile, soprattutto quando si hanno bambini, sorprendere rapinatori nella propria casa o essere svegliati nel cuore della notte da sconosciuti armati . In quei momenti il cervello si annebbia, Si teme per la propria vita e per quella dei familiari e si rischia di vedere distrutto il lavoro di una vita intera. E anche dopo l’aggressione subita, non si vive più allo stesso modo, ma si è in balia di terrore e insicurezza. D’altra parte, c’è il rischio di trasformare i nostri Paesi in una sorta di Far West, dove ai cittadini onesti viene concessa la licenza di uccidere ladri e rapinatori solo per essersi introdotti in case e negozi, come moderni sceriffi che possono liberamente decidere quando sia il caso di difendersi e ai quali è demandato di ristabilire l’ordine. Non solo, ma una maggiore concessione di difesa ai privati non porterebbe maggiore sicurezza, ma, al contrario, produrrebbe una maggiore aggressività dei delinquenti, che, prefigurandosi il rischio certo di uccisione da parte del padrone di casa, si introdurrebbero nelle abitazioni con spirito molto più bellicoso. Lo Stato e la Legge perderebbero la loro funzione di garanzia, sarebbero inutili istituzioni di cui i cittadini fanno volentieri a meno, preferendo, invece farsi giustizia da sé.

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