Vivere, lavorare, morire da clandestini. Quando tutto questo sarà finito

Milano, settembre 1938. Un signore onesto e perbene, padre di famiglia e patriota, rientra a casa sconvolto. Ha appena letto sulla prima pagina del Corriere della Sera che sono entrate in vigore le leggi razziali e che di conseguenza i cittadini ebrei come lui diventeranno italiani di serie B. Maurizio – nonno di Gioele Dix – prova a non drammatizzare, ma intanto gli tocca spiegare a suo figlio Vittorio, che ha solo dieci anni, come mai non potrà più andare a scuola con tutti i suoi compagni. Nel 1943 la fuga in Svizzera tra mille difficoltà, il respingimento alla frontiera, la separazione dei figli dai genitori, la morte dello fratellino in un sanatorio. Le difficoltà dell’esilio in Svizzera di questa famiglia ebrea in fuga dal fascismo sono raccontate nel bel libro “Quando tutto questo sarà finito”.

Kosovo gennaio 1999. Migliaia di persone fuggono dalle atrocità della guerra che infiamma i Balcani. Famiglie intere in fuga che bussano alle nostre porte per trovare rifugio. Il giornalista Fabrizio Gatti fingendosi un profugo prova ad entrare in Svizzera per chiedere asilo e quello che incontra e che racconta non ci fa onore. Gatti, che si era unito a una famiglia di undici persone, raccontò che le guardie di confine ticinesi non si erano comportate nel migliore dei modi lasciandosi scappare qualche parolaccia, ingabbiando dei bambini su un furgone, richiudendo madre e figli per qualche ora in un’angusta cella in attesa dell’interrogatorio. Secondo il racconto di un giovane, che tentava l’entrata illegale per la seconda volta, c’era stata anche qualche violenza. Infine furono tutti non ammessi alla procedura di asilo e rimandati in Italia. Il servizio all’epoca destò scalpore e anche qualche problema giudiziario al coraggioso giornalista. Gatti ha in seguito denunciato molte altre ingiustizie da Lampedusa fino alla mancata accoglienza nelle parrocchie che rifiutano di fare proprie le parole di Papa Bergoglio: “Non può dirsi cristiano chi difende Gesù e vuole cacciare i rifugiati. L’ipocrisia è il peccato più grave di tutti” . (http://espresso.repubblica.it/archivio/2015/10/22/news/io-profugo-mandato-via-dai-preti-l-inchiesta-shock-di-fabrizio-gatti-1.235590)

La cronaca di oggi ci dice che un uomo è morto folgorato mentre cercava di attraversare il confine nascosto sul tetto di un convoglio diretto a Bellinzona. Un uomo che presto sarà dimenticato, un uomo di cui difficilmente riusciremo a ricostruire la storia, la prima vittima del muro che abbiamo costruito alla frontiera di Chiasso.

Un muro fatto di reti metalliche, filo spinato, telecamere a infrarossi, droni che sorvegliano la frontiera verde e un imponente dispiegamento di guardie di confine che talvolta arrivano anche da oltre Gottardo. Mancano giusto i carri armati e l’esercito e poi c’è tutto. Ma per chi? Per cosa? Per quale pericolo? Per contenere quale invasione?

Le statistiche della Segreteria di Stato per la Migrazione ci dicono che nel 2016 le domande di asilo sono calate del 31,5%, rispetto al 2015. Per la precisione sono state depositate 12’316 in meno. Delle quasi 10’000 persone rinviate dalla Svizzera verso l’Italia alla frontiera Como-Chiasso, un terzo erano minori non accompagnati. Numeri che sono persone, persone che hanno una storia, persone che i media si ostinano a chiamare clandestini, immigrati illegali. Ma come può un profugo essere un immigrato regolare se non esistono vie legali per chiedere asilo? Se abbiamo tolto ogni possibilità di accedere alla procedura di asilo dall’estero? Se non esistono corridoi umanitari per uscire dalle zone di guerra in sicurezza? Lo stesso Alto Commissariato per i Rifugiati chiede agli Stati membri di tenere conto della condizione di profugo nell’applicare la legge: “se una persona può essere immediatamente riconosciuta come profugo non può essere applicata la categoria di soggiorno illegale poiché proprio per la condizione di profugo, la persona in oggetto non potrà presentare documenti o carte di legittimazione”.

Sono immediatamente riconoscibili come profughi le persone che da Como cercano di raggiungere il nostro Paese o di attraversarlo per raggiungere la Germania? Certo che sì. La loro condizione è evidente. E allora perché non vengono trattati come tali ma come pacchi postali da ributtare oltre confine? Amnesty International nel suo rapporto sullo stato dei Diritti Umani in Svizzera rileva che: “numerosi sono stati coloro che hanno tentato di varcare il confine a più riprese”. Nel rapporto si menzionano casi di “giovani con alle spalle otto tentativi. E anche nel gennaio di quest’anno diverse decine di persone – giovani e adulti – hanno tentato di entrare in Svizzera dall’Italia.”

Il rapporto prosegue con la denuncia della pratica del “refugees profile research” considerato un atto di discriminazione nei confronti delle persone di colore. Le osservazioni fatte hanno evidenziato “come nel corso del 2016 qualsiasi persona di colore o con una fisionomia maghrebina sia stata sistematicamente sottoposta a controllo di identità alla frontiera, nel momento del suo passaggio a piedi o in treno alla stazione di Chiasso”. E ancora: “A gennaio 2017 su sei persone interrogate da AI, cinque hanno dichiarato di aver tentato di depositare una domanda d’asilo in Svizzera a più riprese, ma nessuna di esse è stata trasferita negli appositi centri. Perfino individui accompagnati da un legale sono riusciti ad evitare in extremis il rinvio verso l’Italia, malgrado la domanda presentata.” Siamo punto a capo, la storia si ripete. Le quote, i controlli i rinvii, come se non avessimo imparato nulla dalla nostra storia. E a storia del Ticino è una storia di confini, di persone che hanno tentato di attraversarli, di persone che avevano e oggi come allora hanno bisogno di protezione.

E dobbiamo ancora una volta decidere che ruolo giocare nella storia, perché sia chiaro, ognuna di quelle persone respinte, ognuno di quei ragazzi, di quei bambini ricorderà per tutta la vita l’umiliazione subita. E non è detto che prima o poi non ci scriva un libro.

Oggi è un uomo è morto. Una famiglia ha perso un figlio. È morto cercando la libertà, la salvezza. Tra lui e la libertà una frontiera chiusa. Non chiamateli clandestini, la storia vi giudicherà.

Cliccando qui (https://www.change.org/p/assemblea-federale-rispettiamo-il-diritto-svizzero-sull-asilo) potete leggere e firmare la petizione lanciata all’Assemblea federale dal Gruppo Harraga, affinché il diritto svizzero sull’asilo torni a essere rispettato alle nostre frontiere.

Ti potrebbe interessare anche:

Leave a Comment

Sei umano? *

Protected with IP Blacklist CloudIP Blacklist Cloud