Barikamà, una storia di yogurt e resistenza

Di Roberta Condemi

Questa è una storia di immigrazione a lieto fine. Una di quelle talmente belle che sembrano inventate, frutto della mente di un idealista sognatore. Invece, a volte, la realtà supera la fantasia.

I protagonisti di questa storia sono un gruppo ragazzi africani che hanno fatto della loro disperazione uno strumento per risollevarsi e rinascere.

Suleman, trentadue anni del Mali, è l’artefice del sogno. Nel 2008 arriva con un barcone nei pressi di Siracusa senza soldi né documenti, né ovviamente un permesso di soggiorno. Dopo cinque mesi trascorsi in un centro di accoglienza, si sposta a Rosarno, in Calabria, per unirsi ad una folta schiera di braccianti africani. Sembra l’inizio di una nuova vita ma, vista da lì, l’Italia non sembra quella terra promessa che Suleman tanto si aspettava. A Rosarno, infatti, si lavora duramente nei campi dalle 7 del mattino alle 7 di sera, per 50 centesimi a cassa di arance. E, dopo una interminabile giornata di fatica, i braccianti non hanno neppure un posto tranquillo per riposarsi. La gente del luogo non gradisce Suleman e gli altri africani, al punto da costringerli a dormire in baracche di cartone e plastica. Una vera e propria forma di schiavitù moderna, alla quale i braccianti resistono fino a quando non scoppia violenta la protesta contro il razzismo e lo sfruttamento dei lavoratori. E’ il 2010 e Suleman partecipa agli scontri. Subito dopo però decide di partire, risale l’Italia e va prima a Crotone, poi Foggia e infine si ferma a Roma.

L’impatto con la grande città è traumatico, ma al tempo stesso stimolante. All’inizio Suleman è costretto a passare 20 notti all’addiaccio alla Stazione Termini, poi si sposta in un centro d’accoglienza. E ed è lì che tutto cambia. Insieme a Saydou, originario del Gambia e anche lui arrivato in Italia su un barcone e reduce dalla rivolta di Rosarno, si chiedono come poter fare per poter migliorare la loro situazione e quella delle loro famiglie lontane.

Suleman e Saydou decidono allora di unire le loro forze avviando una attività di impresa. Una ragazza italiana li supporta e offre loro 30 euro per iniziare e nasce così Barikamà, che in lingua maliana significa “resistenza”, cooperativa che produce yogurt biologico. I ragazzi lavorano il latte con le mani, riportando alla luce una antica tradizione africana. La produzione prevede l’utilizzo di latte intero biologico pastorizzato, al quale vengono aggiunti fermenti lattici, senza addensanti o conservanti. Lo yogurt viene poi messo in barattoli di vetro che a loro volta provengono dalla catena del riciclo.

Suleman e Saydou, che i primi tempi lavorano con 15 litri di latte alla settimana, iniziano a promuovere il loro prodotto: in bicicletta girano per i mercati di Roma, parlano con i clienti , si confrontano con i contadini. Imparano l’italiano e si integrano pienamente nella vita cittadina, ma soprattutto in quella lavorativa. Il loro lavoro è utile, non solo per il loro sostentamento, ma anche alla comunità che li ospita e che, inevitabilmente, li accoglie. Al punto che la cooperativa cresce e si sposta al Casale Martignano, un bell’agriturismo alle porte di Roma.

Dopo cinque anni, Sulema e Saydou non sono più soli: a loro si uniscono Aboubakar, Sidiki, e Youssouf dal Mali, Cheick dal Senegal, Modibo dalla Guinea, Ismael dal Benin, Daidou dalla Costa d’Avorio e Moussa. Sul sito della cooperativa Barikamà si possono leggere le loro storie, tutte legate da un unico obiettivo: migliorare la loro vita, quella delle loro famiglie e della comunità che li ospita.

Un ulteriore riconoscimento per questi ragazzi è poi la vincita del bando indetto dalla Regione Lazio per le start-up: Barikamà riesce ad aggiudicarsi 20’000 euro. La Regione Lazio ha ritenuto Barikamà la più meritevole tra le aziende partecipanti alla gara per le sue finalità, tra le quali garantire un, se pur micro, reddito a chi non ne ha e sta avendo grandi difficoltà a trovare un lavoro; la promozione dell’agricoltura biologica a Km 0 ed il rapporto diretto tra produttori e consumatori (il latte usato per lo yogurt proviene solo dal Lazio); la sostenibilità attraverso l’utilizzo delle biciclette per le consegne ed il riuso dei barattoli di vetro.

Inoltre, proprio per dimostrare la grande riconoscenza verso l’Italia e verso chi ha creduto nel loro progetto, i ragazzi assumono come grafici due ragazzi italiani affetti da sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo. La Regione Lazio sul sito istituzionale loda l’integrazione tra questi due mondi diversi, “utile ad entrambi perché le difficoltà di uno si compensano con i punti di forza dell’altro”.

Oggi Barikamà lavora con 200 litri di latte a settimana e le ordinazioni dei vasetti di yogurt biologico, da parte dei clienti, sono raddoppiate. L’emittente France 24 li ha intervistati e molti giornali italiani si sono interessati a loro. La loro attività è in costante crescita.

Questa è una storia di immigrazione a lieto fine. Barikamà è resistenza, voglia di riscatto, un esempio che l’integrazione di stranieri, anche clandestini, non solo è possibile ma è anche una grande ricchezza per la nostra comunità.

Grazie ragazzi, grazie Barikamà.

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