Elezioni anticipate in Regno Unito: business as usual?

Di Jacopo Scarinci

La premier britannica Theresa May ha giocato a sorpresa, ma fino a un certo punto, la carta delle elezioni anticipate. Una mossa a prima vista intelligente, ma che nasconde anche qualche insidia.

Sul fronte interno, inteso come inglese, tutto gioca a suo favore. Nell’ultimo sondaggio pubblicato qualche giorno fa i Tories erano più di 20 punti percentuali in vantaggio sui laburisti che, dopo aver scelto per due volte in un anno di essere guidati da Corbyn, si sono coerentemente consegnati alla sconfitta eterna. I Lib-Dem non godono di ottima salute (anche se sono in ripresa), i nazionalisti dello UKIP per via del sistema elettorale sono destinati all’irrilevanza e i conservatori – falchi e colombe, hard Brexiters e moderati tutti insieme appassionatamente – mireranno ad avere la più ampia maggioranza possibile. Solo che poi bisogna governare, e qui per Theresa May possono iniziare le insidie di cui sopra. Che sono principalmente quattro.

1) Il divorzio dall’Unione Europea non sarà così semplice. Le clausole e i cavilli si moltiplicano, soprattutto in merito alle questioni economiche. Quanto il Regno Unito dovrà ancora partecipare al bilancio dell’UE? Quanto dovrà pagare per andarsene? In quanti anni potrà dilazionare la somma dovuta? All’interno dei Conservatori le posizioni sono diverse, e non è detto che queste elezioni anticipate rappresentino il redde rationem.

2) Theresa May va incontro a una campagna elettorale difficile, soprattutto perché – compatibilmente coi tempi grotteschi che ci è dato vivere – sarà una campagna dove le balle avranno poca vita. Questo perché molti britannici sono ancora scottati dalle fanfaronate dei fautori della Brexit che millantavano di camionate di milioni di sterline che dall’UE sarebbero passati al Servizio sanitario nazionale o il fatto che l’uscita dall’Unione sarebbe stata una bazzecola. Per carità, una balla ripetuta cento volte diventerà pure una verità, ma è auspicabile che nel paese di Hobbes e Churchill abbiano capito come le campagne elettorali si dovrebbero fare in un modo quantomeno più serio rispetto a quella del referendum dello scorso giugno.

3) Sarà molto interessante vedere come voteranno Irlanda del Nord e Scozia, nazioni che l’anno scorso votarono massicciamente contro l’uscita dall’UE. Perché se la premier May ha problemi all’estero, altrettanti ne ha nel Regno di Sua Maestà: la bomba scozzese pronta a esplodere, l’Irlanda del Nord che parla sempre più convintamente – anche se su basi ancora fragili – di un fragoroso saluto al Regno e un’unione con la Repubblica d’Irlanda. Secondo referendum o no, scissione di Belfast o no i problemi ci sono e ci saranno: vedremo quanto grandi.

4) La batosta per il Labour è ampiamente preannunciata, ma nel caso in cui dovesse davvero arrivare sarà difficile per Corbyn rimanere alla testa del partito – le truppe post blairiane sono date già in movimento – e, soprattutto, non è detto che le sue posizioni restino maggioritarie. In questo caso per Theresa May sarà tutt’altra cosa avere di fronte a sé l’opposizione di un vero leader (magari europeista) rispetto al simpatico e canuto movimentista di Ilsington che c’è ora.

Ti potrebbero interessare: