I bambini siriani morti in prima pagina

Di Jacopo Scarinci

Le immagini sono il mezzo di comunicazione più efficace. Una fotografia arriva dove magari non arrivano decine di editoriali, inchieste, commenti. Un’immagine, magari a tutta pagina con un titolo che la descriva bene, può essere peggio di un pugno alla bocca dello stomaco. Ma alle volte quel pugno serve. Per riflettere, per rendersi conto. Ed è il caso rappresentato dall’edizione di Libération di oggi, che è uscita mettendo in prima pagina una fotografia dei bambini uccisi nell’attacco chimico che ha avuto luogo l’altro ieri in Siria. Una foto cruda, che ha fatto discutere e che ha posto la domanda che gira sempre in questi casi: era necessario pubblicarla?

Sì, afferma indirettamente nell’editoriale Alexandra Schwartzbrod. Sì, perché “la cosa peggiore non è questa foto. La cosa peggiore è che questa foto assomiglia in tutto ad altre foto scattate quattro anni fa, nel 2013, quando il regime siriano aveva utilizzato una prima volta le armi chimiche contro la propria popolazione. Perché, a dipendenza di quello che dicono Damasco e Mosca, le testimonianze affermano con forza la responsabilità di Bashar al-Assad per questi nuovi assassinii”.

Mettere in prima pagina la foto di questi bambini strappati alla loro vita e ai loro sogni non rappresenta una mossa pubblicitaria, non è un modo di vendere più copie. È dire con forza “Guardate dove siamo arrivati”, è tenere fede alla linea di quel giornale che è di sinistra, pacifista, contro ogni guerra. È, come ricordato da Schwartzbrod, ribadire come quello di cui stiamo parlando oggi con orrore, commozione, raccapriccio altro non sia che la vita quotidiana in Siria, non è un fatto senza precedenti. Il quotidiano francese chiama direttamente in causa Putin, chiedendosi “che hanno fatto i russi che, nel 2013, si erano fatti garanti della distruzione dei siti di armi chimiche in Siria? Era proprio questa garanzia che allora aveva fermato i bombardamenti previsti dagli americani e dai francesi. Ed è apposta perché forte di questa protezione che Assad, a partire da quella data, uccide il suo popolo in tutta impunità, senza che nessun altro governante pensi o provi a fermarlo.

È un’immagine forte, terribile. Schifosa, forse. Ma se è la situazione ad esserlo, l’immagine, anche e soprattutto se copre tutta la prima pagina di un giornale, ha il dovere di descriverla per quel che è.

Nessuno potrà dire “non sapevamo”. Sappiamo. Sappiamo tutto. Anche grazie a quei telegiornali e quotidiani che non avremmo mai voluto guardare tra ieri e oggi.

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