I cervi di via Kirova

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Sono passati 31 anni da quel giorno di terrore. Oggi c’è il silenzio, il frusciare delle foglie tra i palazzi in via Kirova e lo scorrere dei rivoli d’acqua davanti alle colonnine azzurre della chiesa di Sant’Elia. I cervi occhieggiano timidi tra i frassini e gli ontani in riva alla Starukha mentre gli alberi lentamente frantumano con le loro radici l’asfalto e il cemento nella città che fu di Chernobyl.

Chernobyl, città industriale e mercantile nell’Ucraina del Nord, che allora marciava ancora al passo dell’oca sotto il regime dell’URSS. Alla una e 23 minuti del 26 aprile, le tubature del nocciolo del reattore 4 non sopportano l’aumento di pressione e di temperatura dovuto alla scissione dell’acqua di raffreddamento in idrogeno e ossigeno. Negligenza, disattenzione da parte del personale, problemi della struttura portano al tragico epilogo.

Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria innesca una fortissima esplosione, che provoca lo scoperchiamento del reattore e un enorme incendio. Sembra che stiamo raccontando scene da un film catastrofico. E lo è, una vera catastrofe. Possiamo immaginare il panico dei tecnici, il terrore che si dipinge sui loro volti.

Una nuvola di materiale radioattivo esce dal reattore e ricade sulle zone circostanti, contaminandole pesantemente. Più di 300’000 persone vengono evacuate. La nube radioattiva non ha bisogno di biglietto e ignora le frontiere. Raggiunge l’Europa dell’Est, i paesi del nord, valica le alpi e arriva in Francia, Germania, Svizzera e Balcani.

Molti di voi, i più giovani, non si ricordano l’embargo cantonale di anni nel raccogliere i funghi, che assorbono quantità importanti di radioattività o i divieti di pesca o di caccia. Decine di persone, tra i tecnici, i pompieri e i minatori che tentarono di mettere in sicurezza il reattore morirono negli anni a seguire di tumore. L’ONU valuta in 66 i morti accertati e in 4’000 i presunti. Per i Verdi europei, i presunti vanno dai 30’000 ai 60’000, mentre Greenpeace valuta in tutto il mondo 6 milioni di morti in seguito alle conseguenze dell’incidente.

Oggi a Chernobyl corrono i cervi tra frassini e betulle anche se in quella tomba, in quel sarcofago, nel reattore seppellito da milioni di tonnellate di argilla e cemento, in alcuni punti la temperatura raggiunge ancora i 1000 gradi. Una città surreale e morta quella di Chernobyl, una città post atomica come il cinema ha imparato a raccontarci. Una città che ha smesso di vivere quel 26 aprile di 31 anni fa.

In questi giorni è arrivato nelle nostre case il materiale di voto per una sensata politica energetica, per lasciarci alle spalle anche quell’incubo. Votiamo con intelligenza, votiamo il futuro, perché se abbiamo paura di un attentato dell’ISIS, ancora di più dovremmo averne del nucleare. Ma votiamo non per paura, facciamolo per ragionevolezza, perché un mondo di energie alternative, pulite e non velenose è possibile, e non è più un’opzione.

È una necessità.

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