Licenziato a due anni dalla pensione perché malato di Parkinson

Franco ha sessant’anni e vive a Cuorgnè, provincia di Torino. Faceva il netturbino. Faceva, non fa. E perché?

Un giorno di ottobre di tre anni fa, riporta il quotidiano La Stampa, la mano destra ha iniziato a tremare sempre di più e in modo del tutto insolito. I medici che l’hanno visitato hanno dato una diagnosi inequivocabile: è morbo di Parkinson. Franco è andato avanti a lavorare, comunque riusciva. Certo, entrava e usciva dagli ospedali, prendeva le medicine, si faceva visitare spesso. Ma lavorava. Il 17 marzo di quest’anno gli arriva una lettera della sua azienda, dell’azienda per la quale puliva le strade sotto la neve e sotto il solleone di luglio: licenziato, “inidoneo al lavoro”. A Franco mancavano due anni alla pensione. E gli è crollato il mondo addosso.

Franco ha fatto ricorso. Ma la posizione dei suoi ex datori di lavoro è chiara: “questa è un’azienda, non un istituto di carità” ha affermato Alberto Garbarini, suo ex responsabile. Il quale aggiunge un carico mica da ridere: “Per noi lavorano già quasi trenta persone inabili. Per un dipendente malato in più non c’erano altre mansioni idonee da svolgere”.

La vicenda del signor Franco ha avuto luogo in Piemonte, ma avrebbe potuto verificarsi ovunque. Perché il lavoro non viene più considerato come un diritto, ed esistono sempre più datori di lavoro che quasi aspettano che ai propri dipendenti succeda un malanno – o che una donna aspetti un bambino – per potersene sbarazzare.

Siamo al degrado più totale. Siamo all’aridità più completa. Siamo ai titoli di coda, gente.

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