Non se ne può più

Di Redazione

Una o più persone della Polizia cantonale e dei servizi privati di sicurezza (leggasi ARGO 1) sarebbero state raggiunte da un procedimento penale avviato dal Ministero pubblico perché, sembrerebbe, un richiedente l’asilo minorenne a Camorino sia stato trattato in modo disumano e privato della libertà.

Questo scrive in un’interrogazione al Consiglio di Stato il liberale-radicale Matteo Quadranti, e la sua interrogazione pone interrogativi inquietanti e che, allo stesso tempo, fanno vergognare chiunque abbia forte in sé il concetto di Stato di diritto. Già la prima domanda dell’interrogazione di Quadranti fa rabbrividire: “Per quante ore il minorenne è stato ammanettato a una doccia nei locali di Camorino? Era vestito o denudato? C’era anche un interprete?” Fa male, fa davvero male anche solo immaginare una scena del genere. Fa male, fa vergognare e, a Quadranti, fa venire in mente molte altre domande. Soprattutto quella relative a chi abbia ammanettato il ragazzo e se fosse stato accusato di qualcosa, se fosse pericoloso, se ci fosse un reale motivo dietro questa umiliazione. Umiliazione poi ordinata da chi? Quando il Magistrato dei minorenni è stato reso edotto della faccenda?

Perché le responsabilità vanno chiarite, e Quadranti chiede che venga prontamente spiegato, infatti, se qualche funzionario sia “imputato di favoreggiamento per aver omesso la segnalazione obbligatoria del trattamento disumano al Ministero pubblico”, se i funzionari di polizia interessati siano stati sospesi e quando e in che modo Norman Gobbi sia stato informato della faccenda. Sarebbe anche carino che Gobbi rispondesse su quanto abbia fatto per chiarire la vicenda. E no, non vale definirsi “furibondo”, serve un po’ di più: un minorenne è stato ammanettato e umiliato in una doccia.

Ma se un caso del genere ha potuto avere luogo, viene da chiedersi come sia potuto essere possibile. E qui siamo alla seconda parte del lungo elenco di domande di Matteo Quadranti. Anche perché è umano, oltreché giusto, chiedersi se questo caso abbia spinto a prendere “misure organizzative per evitare il ripetersi di simili maltrattamenti”, e quali siano le istruzioni in caso di crisi psichica dei detenuti.

Tante domande, abbiamo visto. Domande che meritano risposta, perché, come scrisse Dostoevskij, “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. E, aggiungiamo noi, anche da come tratta i minori.

I casi di Arlind, Yasin e dei bambini ecuadoregni non inducono all’ottimismo.

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