Quell’omino al semaforo

Una città del Nord Italia, sono in gita. Fermo al semaforo in un grande incrocio. Vialoni alberati e foglie tenere frementi di refoli d’aria primaverile, lavavetri sulle strisce pedonali. 50 centesimi in una mano scura. Grazie. Avevo proprio bisogno di una pulita al parabrezza, che sembrava appena uscito dalla desert storm.

È uno di quegli incroci tosti, dove potresti uscire dallo sportello, lavarti i denti, sciacquare, rientrare e il semaforo è ancora rosso, stagno come un’incudine. Una macchina d’acciaio che attende il verde con ansia, come la terra a primavera. Volto pigramente lo sguardo a sinistra e lo vedo.

Un omino vestito da pagliaccio, con una sediolina e un buffo cappellino sovrastato da un palloncino. Appena il semaforo dall’altra parte diventa rosso, porta la sua sediolina in mezzo alle strisce pedonali. Sale impettito e comincia il suo spettacolino di mimo. Che carino, penso. Una bella idea divertente. L’omino, evidentemente deve conoscere alla perfezione il timing del semaforo. Dopo un paio di minuti, finita la sua microscopica performance artistica. Torna al semaforo con la sedia e si mette a girare tra le auto col cappellino.

Perché lo racconto? Perché in quei movimenti, in quell’idea, in quel chiedere con gentilezza un obolo per la propria arte, perché seppur popolare è un’arte, c’è un mare di dignità. E vorrei riuscire a insegnare ai miei figli che c’è gente che invece di stare col culo per terra, si veste da pagliaccio ogni mattina, prende la sua sedia e il suo cappellino e va a un semaforo. Per quanto lo farà? Ore? Ragazzi, a noi fa sorridere, ma non è un bel lavoro. Tutto il giorno a respirare gas di scarico e a fare avanti e indietro su quelle impietose losanghe bianche coperte di sputi e cicche di sigaretta.

Ci vuole coraggio. Coraggio e disciplina. E non prende 25 franchi l’ora per sedersi in ufficio quel pagliaccetto. Sta lì, ogni giorno, col passare delle stagioni, coi suoi vestiti sempre più logori. Non so perché ma mi sembra un albero, qualcosa di sereno e ineluttabile. Un memento del tempo che passa, una sentinella della dignità dell’uomo.

Non era al mio semaforo, sennò un euro glielo avrei dato e, se avessi avuto il tempo, lo avrei ringraziato, come ho fatto con una commessa qualche ora dopo. Una commessa gentile e sorridente al banco della verdura, che mi rispose: “Un sorriso o una gentilezza non costano nulla.”

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Commenti da Facebook

  • Tutto giusto: solo che 25 franchi l’ora in un ufficio mi sembrano un salario un po’ del cazzo…

  • Mamma mia! Leggerti e capire che lo scrivi perchè la convivenza, il piacere di stare con gli altri, il dialogo – tutte cose che l’uomo sa, da sempre, che ci portano ad essere sereni e felici di esistere – non sono più una “banalità” ma qualcosa di sempre più raro mi fa apprezzare sempre più i miei amici, conoscenti, vicini e incontri fortuiti che, per fortuna, sono intelligentemente “banali”. Come te.

  • Da noi c’è l’omino che scruta con la telecamera e t’appioppa il multazzo se passi con il rosso. (forse è anche lui vestito da pagliaccio)

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