Recensione de “Il cielo di domani”, di Luca Brunoni

Brutta bestia lo stress. Sorniona come bestia. Ti si infila dentro di nascosto e ti salta in faccia come una bestia feroce ma che tu credevi essere un animale domestico.

Da un paio di mesi capita anche a me. Gestire un cambiamento radicale di vita, un lavoro appassionante ma che alla lunga ti estenua, amici vicini che si beccano malattie e che devono spararsi cure infinite… e d’un colpo crac, sei sotto betabloccanti e il tuo polso è regolato dalla farmaceutica.

D’un colpo decido di prendermi un giorno di libero, il mio bar a Morges è aperto 7/7, quindi quando dico di aver fatto un mese intero andando al lavoro tutti i giorni significa proprio un mese intero. Lunedi scorso scendo nel giardino del nuovo appartamento e decido di non fare un cazzo. Dopo un minuto e mezzo seduto a guardare un ciliegio ne ho già piene le gonadi e torno su in casa a cercare qualcosa da fare. Ho appena traslocato, quindi la casa è più o meno organizzata come una Wunderkammer fatta di libri, legno, disegno, foto d’epoca (non mie), appunti d’epoca (miei), teiere, vasi parlanti e coinquilini.

Salendo le scale che dall’atelier portano alla camera inciampo su una pila di libri “da leggere”. Di solito quella pila è sul comodino, ma durante il trasloco ho dovuto per errore mischiarla con la pila “e dai, devi poi farlo…” dei manoscritti che ricevevo per la mia casa editrice…

Dentro la prima pila, un po’ perso con dei vaghi appunti luganesi, il libro di un amico.

“Il cielo di domani” di Luca Brunoni, romanzo d’esordio edito da Fontana edizioni.

Luca, giovanissimo (abbiamo la stessa età praticamente, quindi giovanissimo), è nato a Lugano e insegna diritto a Neuchâtel. Ci siamo sentiti spesso e visti poco, ma c’è un grande rispetto fra di noi. Di Luca conoscevo i cortometraggi, non conoscevo la voglia di scrivere.

Un giorno ricevo da lui un messaggio dove mi parla del suo romanzo d’esordio e mi chiede se voglio leggerne la versione digitale. Si. Me la manda. Non la leggo… non riesco… non ho tempo. Poi al computer… poi dimentico. Poi esce la versione cartacea, felicissimo scrivo a Luca “appena scendo a Lugano passo al Segnalibro e me lo compro”.

Scendo a Lugano e al posto di andare in libreria a comprare il romanzo del mio amico, nel solo momento libero della giornata vado a comprarmi un paio di scarpe con mia madre in centro. Li mi rendo conto che non ho più tempo per comprare il libro, il tempo fra un appuntamento, fra un apritivo, fra una riunione è sempre molto limitato. Allora mi innervosisco contro mia mamma e esco dal negozio incazzato per fumarmi una sigaretta. Mia mamma voleva solo approfittare di un’offerta del commerciante e comprarsi a metà prezzo un paio di scarpe per lei, visto che mi regalava le mie.

Mi vergogno un po’ della mia reazione e rientro nel negozio per consigliarla sul suo paio di scarpe, mi giro e … CIAO JEAN!

È Luca, nello stesso negozio di scarpe. Stranito quanto me di ritrovarci in centro Lugano a comprar scarpe. Cosa fai qui? Compro scarpe… non ho ancora avuto tempo di leggere il tuo libro, mando mia mamma a comprarlo e poi me lo spedisce a Tartegnin, poi lo leggo. – ne ho qui uno con me, lo vuoi? – sì ma con la dedica. Dedica in mezzo alle scarpe, foto rituale da postare su Facebook… poi un cazzo fino a lunedì scorso.

Allora lunedì prendo il libro di Luca, scendo sotto il ciliegio e alle dieci del mattino inizio a leggerlo. D’un fiato. La stesura è impeccabile, divertente, moderna, semplice… Mi rendo conto di aver un vero libro fra le mani, e non il romanzo d’esordio d’un amico.

Mi diverto, mi commuovo, faccio solo una piccola pausa per mangiare.

A un certo punto passa la morosa, che stava impaginando roba sua in giardino e mi domanda di cosa parla questo libro che sta prendendo tutto il mio tempo.

La mia risposta è stata semplice da trovare, ma non banale: parla del tempo, parla del tempo che non vogliamo avere, di quello che dovremmo avere ma ci viene rubato, del tempo che non esiste ma che dovremmo inventare.

-Figo!

Figo, sì, solo che il libro di Luca parla di un personaggio senza nome, con un vago soprannome datogli da un collega di scuola a Barcellona in piena crisi esistenziale: “Milano”.

Un ragazzo della periferia che decide di scalare gli statuti sociali, dimenticandosi di tutto e di tutti per poter far parte di un vago e fumoso programma di formazione americanizzante d’una banca d’affari statunitense insediata in una sorta di Milano 2 letteraria e “Cool”

Figo, visto che il ragazzo, assuefatto alla scalata sociale e al nuovo schermo piatto si vede obbligato a partire a Barcellona per una formazione linguistica in vista di una promozione.

A Barcellona il bancario si trova in una situazione spaesante, ben descritta, una sorta di Auberge Espagnole, che non corrisponde al suo standing, e da li tutto parte e riparte. La memoria, la madre, la malattia nervosa e psicologica, il lavoro, le rotture, i traslochi, l’amore, la famiglia il passato…

È vero che in questa “recensione” passo più tempo nel prologo a parlare di me che a parlare del libro, ma a mia discolpa posso dire che l’assenza di nome del personaggio principale del romanzo, scritto in prima persona, te lo fa sentire ancora più vicino… fino a farti diventare lui.

Non entrerò nei dettagli, l’impresa stile Alphabet Inc., il lavoro senza ufficio, la piscina per fare surf durante la pausa pranzo… non entrerò neppure nella critica pura al sistema economico post-capitalista che stiamo vivendo e subendo. Ma mi piacerebbe che questo romanzo sottolinei una necessità che ogni “Milano” dovrebbe rispettare: il diritto all’ozio. Il nostro sacrosanto diritto a non fare un cazzo quando lo decidiamo, e poterlo fare da soli, senza l’ausilio di medici, imprese, datori di lavoro, fitness, società di ballo liscio, bocciofila, bar della stazione… imparare l’ozio da soli, imparare a non fare un cazzo, guardare nel vuoto un ciliegio per almeno un minuto e mezzo, prendersi un lunedì di libero per veder quel ciliegio fiorito e ricordarsi che sono mesi che non prendi in mano un libro e che te lo mangi. Un minuto e mezzo a non fare nulla è già una libertà enorme che ti porta poi a fare quello che ti piace. Disegnare, leggere, bere l’aperitivo, fare sport, yoga, thai-chi, mangiare, cucinare, vedere gente, stare soli, fare l’amore, scopare, ridere, passeggiare, chiamare i genitori di tanto in tanto, mangiare la trippa alla milanese senza colpevolizzare, rompere il cazzo agli estremisti, ridere, ridere e ridere… ma prima di tutto, oziare.

Grazie Luca Brunoni, un esordio coi fiocchi, ozia un po’ e poi sparacene un secondo!

Jean-Marie Reynier

artista, editore e gerente d’un bar

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