Renato Accorinti da Messina: un sindaco pacifista, no global.. e scalzo

Di Marco Narzisi

Renato Accorinti, sindaco di Messina dal 2013, è diventato con la sua elezione un caso particolarissimo, probabilmente un unicum a livello italiano e non solo per quanto riguarda il governo di una grande città.

Pacifista, no global, anarchico, attivista contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, Renato, insegnante di educazione fisica e già in questo distante anni luce dalla sorta di tacita tradizione che, soprattutto al Sud Italia, vede avvicendarsi sulla poltrona di sindaco medici (in gran numero), avvocati e notabili di vario genere: alla giacca e cravatta preferisce comode scarpe da ginnastica e le sue ormai famose magliette “No Ponte” o “Free Tibet”, che non rinuncia ad indossare neanche in occasioni ufficiali, compresa l’udienza con Papa Francesco, a cui, a fronte dei costosi regali presentati in genere dai politici, ha donato proprio una delle suddette T-shirt. Proprio in occasione della visita al Pontefice, così come durante il giorno del suo insediamento come sindaco , ha stupito tutti presentandosi senza le scarpe, in segno di umiltà, gesto per cui è anche conosciuto come “il sindaco scalzo”.

Dopo 30 anni di attivismo in una città sempre più preda del degrado, del malaffare e di quella che un vescovo di qualche anno fa definì “una cappa massonica”, e il cui Ateneo, negli anni oggetto di numerosi scandali per il nepotismo dilagante e le infiltrazioni mafiose concretizzatesi in intimidazioni ai docenti per far ottenere ai “protetti” delle cosche lauree, diplomi, superamento di esami, accessi a Facoltà a numero chiuso e via dicendo (quel “verminaio” di cui parlò l’allora presidente della Commissione Nazionale Antimafia, Luciano Violante e che fu scoperchiato nei primi anni 2000 con l’operazione Panta Rei), Renato ha costruito la sua vittoria parlando alla gente, facendo i suoi comizi per strada e con le mani in tasca anziché abbottonato su un palco davanti a un microfono: accade così che nel 2013 diventa Primo Cittadino della Città dello Stretto, superando i candidati del centro-destra tradizionalmente forte nella città e andando al ballottaggio, poi vinto, contro il candidato del PD, tutto questo partendo realmente dal basso, senza nessuna esperienza politica precedente e senza nessun legame con alcun partito, nemmeno con quel M5S che si attribuisce il merito di portare comuni cittadini all’interno delle istituzioni.

Alcuni mesi fa Renato è nuovamente balzato all’attenzione delle cronache nazionali italiane per un gesto di vicinanza ai lavoratori mai visto finora da parte di un sindaco: il suo video in cui imbraccia la chitarra e canta per i lavoratori ha fatto il giro d’Italia.

Lo abbiamo raggiunto e abbiamo cercato di tracciare un ritratto del Renato uomo e del Renato politico, raccogliendo le sue idee sul modo di fare politica e su alcuni temi attuali.

Di sindaci e politici in generale che fanno passerelle accanto ai lavoratori per le telecamere ne vediamo tanti. Ma uno che imbracci la chitarra e canti non si era ancora mai visto. Com’è nato quel gesto, e cosa hai voluto trasmettere ai lavoratori lì presenti?

E’ stato tutto molto spontaneo. I lavoratori Ex Servirail stanno in piazza oramai da diverse settimane a rivendicare un loro sacrosanto diritto. Ho sentito doveroso solidarizzare con loro e rendermi disponibile a qualsiasi interlocuzione o tramite cui posso adoperarmi come sindaco di Messina e della Città Metropolitana di Messina e come comune cittadino.
Hanno una chitarra e chiedono a tutti quelli che si avvicinano al banchetto di suonare un pezzo con loro. A me è venuto in mente Bob Dylan – Blowin’in the wind – piuttosto semplice da suonare, qualcuno riprendeva con un cellulare e il video è diventato virale ed è finito anche su Repubblica.it. Ben venga per la causa.

Chi è Renato Accorinti, nelle sue declinazioni di uomo/insegnante/sindaco? Quali sono le sensazioni dell’essere catapultati di colpo sulla scena politica?

In realtà ho sempre fatto politica e attivismo: certo, dal di dentro, da dentro i palazzi, è tutto un altro discorso. Si sente ancora di più la responsabilità verso tutti i cittadini e lo spirito di servizio deve essere totale. Ho praticamente azzerato la mia vita e mi sto dedicando completamente a fare il sindaco, alla mia città, h24, dal mattino alla sera incessantemente.

Il giorno del tuo insediamento il tuo primo atto è stato simbolico: hai rimosso la porta che bloccava l’accesso al Municipio ai cittadini. Quali sono secondo te i muri che, spesso, dividono oggi la politica dai cittadini?

Non era simbolico. Non è stato affatto simbolico. All’ingresso di Palazzo Zanca – il Comune di Messina – c’era una barriera in vetro e tornelli che non permettevano a nessuno di entrare. Bisognava lasciare un documento di riconoscimento per qualsiasi cosa si volesse fare all’interno del palazzo. Ma stiamo parlando del Comune, della casa dei cittadini. La politica ha completamente dimenticato perché esiste e a chi deve servire. Per me rimuoverlo ha significato proprio chiarire da subito che anche chi protesta può venire fin dietro la mia porta a farlo, che chi vuole organizzare iniziative dentro i saloni pubblici del Comune può farlo liberamente. L’atrio del Comune ad esempio è da anni messo a disposizioni per collettive di artisti e mostre fotografiche: mi pare piuttosto difficile immaginare questo con una barriera di vetro che separa i cittadini dalle stanze di governo.
Insomma se la politica non torna a mettere il cittadino e la persona al primo posto ha finito di esistere.

Nel nostro Cantone il deputato liberale Alex Farinelli ha chiesto di imporre un dress code per i politici in aula. Anche tu, al di là delle idee, sei quotidianamente contestato per il tuo look..casual, e ricordiamo tutti il diniego all’accesso all’ARS perché non indossavi la cravatta. Ma è davvero così importante il “decoro” per un politico, per aver rispetto per il proprio ruolo istituzionale?

Il “decoro” deve essere MORALE e non estetico. Pensare di “ripulire” l’immagine del “politico” imponendo il modo di vestirsi (esempio giacca e cravatta) è da stupidi oltre che lontano dalla realtà. Non sarò certo io a fare l’elenco infinito di “cravattari” che si sono macchiati dei peggiori crimini di questa umanità, di “ben vestiti” che hanno rubato anche i piedi dei tavolini… Il Comune di Messina è indebitato per oltre 300 milioni di euro, debiti fatti da politici “eleganti”.
Io ho rispetto per chi indossa la cravatta, ma anche per chi porta il turbante o la Kefia.
Ho rispetto per chiunque voglia vestirsi per come reputa più opportuno.

Ho rispetto per tutte le religioni e tutte le culture e non giudico o valuto una persona da come si veste.
Se vogliamo fare un salto culturale e sociale in avanti, in positivo, prendiamo esempio da quei paesi dove il ragazzo con la cresta e la signora in doppio petto stanno serenamente uno accanto all’altro e lavorano fianco a fianco e magari il ragazzo in magliettina (come Mark Zuckerberg) diventa amministratore e creatore di una delle più grandi aziende del mondo.

Ricordiamo il tuo gesto nel giorno delle Forze Armate, il 4 Novembre, quando hai esposto la bandiera della Pace durante la cerimonia per i Caduti scandalizzando e irritando le autorità militari.
Il pacifismo e la non violenza sono ancora valori della Sinistra, nel momento in cui di fronte ad uno scenario di guerra come quello in Siria o nel Donbass a Sinistra si sostiene l’intervento russo o piuttosto lo si osteggia ma schierandosi di fatto con la NATO?

Il pacifismo e la nonviolenza non sostengono alcun intervento militare armato e credo che oggi, come ieri, siano valori dell’intera umanità.
Negli anni ’60, ’70 e ’80 probabilmente insieme all’ecologia erano considerati o attribuiti alla “Sinistra” che evidentemente non ha saputo cogliere l’importanza e la forza dirompente, di unione, di passione, di coesione sociale… una Sinistra che si è inventata negli anni ’90 l’esportazione della democrazia con la forza. Ricordo spesso una frase che il Presidente della Repubblica Italiana degli anni ’80, Sandro Pertini, ripeteva in molti suoi discorsi: “Svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai!” . Il 4 Novembre ricordo gli scomparsi di una guerra che ha visto morire sui diversi fronti d’Europa contadini, operai, costretti a combattere gli uni contro gli altri.È bene che i giovani di oggi riscoprano libri come “Plotone di esecuzione”, scritto da un cattolico ed un laico come Monticone e Forcella negli anni ’60 e ’70, nel quale si documentano le azioni dei carabinieri che sparavano ai soldati italiani che avevano esitazione nel combattere e i tanti processi intentati contro i soldati semplici per diserzione che venivano puniti con la fucilazione. C’è bisogno di una cultura del dialogo, del confronto, dello scambio, di una nonviolenza attiva che non ceda il passo all’accettazione dell’ordine precostituito.

Hai fatto poi pace con le Forze dell’Ordine dopo quell’episodio?

Con le forze dell’Ordine non c’è stato mai alcun problema. Soprattutto con le cariche più alte con cui mi son trovato a parlare prima e dopo, in tutti questi anni (è un gesto che faccio sempre), lo hanno capito e ne comprendono il valore politico e sociale. Si tratta di una visione del mondo in cui si combatte l’errore, non l’errante.

L’esperimento Accorinti è un caso quasi unico in Italia, quanto meno in una grande città, sicuramente lo è al Sud: Cosa ha visto la gente in Renato Accorinti di diverso? E cosa ti ha spinto a metterti in gioco? In fondo, in ogni politico c’è un sottile fondo di narcisismo, o no?

All’inizio avevo dichiarato di non avere intenzione di candidarmi. L’ho ribadito per 30 anni di seguito, poi ho detto: “se c’è una convinzione deve partire dal basso. Allora ha un senso”. Il senso è che la gente partecipa, vuole un cambiamento reale, ci sono state tantissime persone che mi hanno spinto 4 anni fa a presentare questa candidatura, collettiva in fin dei conti: non è stata un’autocandidatura. Non ho verità, il senso è nella partecipazione, deve essere un tragitto che ci porta a collaborare con più gente possibile. Dobbiamo far uscire il meglio di ogni cittadino, noi investiamo sulle persone e sulle idee. “Cambiamo Messina dal basso” non è uno slogan, ma l’essenza del tragitto che abbiamo fatto e che faremo.

Si dice, ed è un dato di fatto, che sei diventato sindaco con un grande successo personale in quanto hai saputo parlare alla gente meglio dei partiti tradizionali, compreso il M5S; ma si dice la stessa cosa anche di Donald Trump. Qual è il confine fra una visione politica realmente e sinceramente incentrata sulle istanze provenienti dal basso e il populismo che parla invece alla “pancia” della gente?

Guarda, in Italia ad esempio abbiamo un politico che porta una felpa con stampato il nome di ogni città che visita. Le indossa per l’occasione. Se dovesse mettere piede a Messina avrà la sua felpa con inciso il nome della città. Ecco, quello è il populismo; che non vuol dire “del popolo” (POP) ma, nel linguaggio politico, “superficialità”, demagogia, che ha come unico scopo quello di accattivarsi il favore della gente rispondendo – come dici tu – alla pancia della gente, che, attenzione, va assolutamente ascoltata, ma il consenso popolare non può essere l’unica legittimazione per l’esercizio del potere.

Il M5S o lo stesso Trump, con il dovuto rispetto, sono lontanissimi da me, dalla mia storia fatta di attivismo in città da oltre 40 anni, centinaia di battaglie su tutti i fronti, locale, nazionale e internazionale. Più che i miei ideali, credo che in città abbia fatto la differenza, nei voti per l’elezione a sindaco, la mia storia, quella di un semplice cittadino che ha scelto in tanti anni di non stare zitto e di fare quello che dovrebbe fare qualunque cittadino, il non girarsi dall’altro lato: il cittadino che di fronte alle ingiustizie prende parte. Dovunque, non solo a Messina, l’abitudine a partecipare alla vita politica è diventata quasi un’eccezione, e delegare va per la maggiore. Io non ho mai chiesto un voto. Ho chiesto alle persone molto di più, ho chiesto partecipazione e se credono in questo percorso di lavorare ogni giorno e di combattere insieme a noi perché la vittoria non si ferma alle elezioni.

Citiamo Nietzsche: “Se scruterai troppo a lungo nell’abisso, l’abisso scruterà dentro di te”: Quanto credi di aver cambiato la politica, soprattutto nel modo di rapportarsi ai cittadini e quanto invece la politica ha cambiato te?

Preferisco rispondere a questa domanda alla fine di questa esperienza.

Recentemente sei stato attaccato anche politicamente, hai superato una mozione di sfiducia. Sei sotto attacco da più parti praticamente da quando sei stato eletto, da altre parti sei stato e sei ampiamente sostenuto. Ma quando la sera, in silenzio, ti addormenti, a cosa pensi?

Poco prima del tentativo di sfiducia ho scritto al Consiglio Comunale di Messina che chi vive dentro confini ristretti, avendo cura solo del proprio tornaconto di bottega, bramando le prossime elezioni, studiando a tavolino i propri posizionamenti, passando da uno schieramento all’altro in base agli accordi più vantaggiosi, senza nessuna idea o ideale, non fa politica, anzi fa male alla politica, mette a nudo quella “politica” che politica non è.
Citando De Gasperi – «un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alle prossime generazioni» – Certamente non sono uno statista. Nel mio piccolo, cerco di agire col cuore nel cielo ed i piedi ben piantati per terra, col desiderio di dare intensità e profondità a un cammino di comunità.

Alla fine te la sei comprata, la cravatta?

Me ne hanno regalate in 4 anni un centinaio. Non ne ho mai indossata una.

Mi hanno regalato anche un centinaio di T-shirt con i messaggi stampati più disparati, quasi tutti condivisibili, ma io ho le mie magliettine “Free Tibet”.

 

Ti potrebbero interessare: