Bertoli e il bestiario del calcio

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Povero Manuele: non c’è nulla di peggio che essere formalmente responsabili di una situazione di cui tu non puoi essere responsabile che in parte. Perché è vero, tu di occupi di scuola e sport, ma i tuoi poteri sono limitati di fronte a una sfida infinitamente maggiore, che riguarda la società e i suoi valori: nessuno accetta la sconfitta, pochi accettano l’arbitro, ossia la regola, ossia, anche nel piccolo del calcio, la “giustizia”, la legge. I numeri comunicati della Federazione Ticinese di Calcio sono crudi, aggravati dal fatto che si riferiscono all’intero movimento giovanile.

Primo week-end di maggio: 21 giornate di sospensione per gli attivi, 36 per gli allievi, allenatori, dirigenti e genitori compresi, 1300 franchi di multe. Secondo week-end: 50 giornate per gli attivi, 28 per i pargoli, i futuri Messi e Ronaldo, 2000 franchi di multa. Terzo week-end: botteghe chiuse.

Era già successo 3 anni fa, ma fu sospesa una sola categoria. L’indegna zuffa di Losone con un arbitro (un ragazzo!) finito al pronto soccorso induce Bertoli a dire che bisogna “riprendere alcuni concetti fondamentali” aggiungendo che la collettività (lo Stato) “investe milioni in infrastrutture e sostegno, e non può essere ripagata in questo modo.” Invita tutti a interrogarsi per arginare la deriva.

Ma la deriva arriva da lontano e non è facile da arginare nemmeno per il roccioso Manuele. Un amico con il quale hai calcato i terreni del calcio minore ti invita a vedere un promettente erede? Non mancare questa fondamentale e gratuita lezione di sociologia. Il linguaggio è scurrile, di una violenza assoluta, dal turpiloquio alla minaccia: crepa. Il “Mattino della Domenica”, uno dei giornali più indecenti al mondo, è superato, come ogni buon allievo è chiamato a superare il maestro. Un genitore mi spiega che l’arbitro ce l’ha con il figlio per un mucchio di storie che risalgono al campionato precedente, e addirittura, a questioni personali legate al lavoro e alla famiglia. Una faida da profondo sud? No da autentici rossocrociati, che hanno pure votato per l’ora di civica!

Piccole bestie crescono. E l’allenatore? Molto spesso, gli allenatori; al plurale. In questo caso comunque l’allenatore sembra la controfigura del “Cholo” Simeone in Atletico Madrid- Real Madrid. Non una volta che abbia ammesso il fallo da parte di un suo giocatore. E la sua squadra? Non una volta che abbia accettato la decisione dell’arbitro: tutti addosso. Se i grandi fanno così, perché non possiamo farlo noi? Il “Cholo” poi è celebrato per la sua “garra” argentina, guarda come incita il pubblico, guarda come irride l’arbitro, come fa segna con ampi gesti che no, non era fallo, grullo d’un arbitro!

Un piccolo, grande argine potrebbe venire dai mass-media, specialmente dalla televisione, che attraverso il rallentatore può dare una prova schiacciante della disonestà del calciatore che fa segno di aver colpito la palla e invece ha colpito la caviglia, solo vagamente sferica. Sarebbe facile fare dell’intelligente ironia con il supporto dell’immagine. Invece no: i cronisti sono succubi dell’evento. Devono cantare l’impresa, far indice di ascolto, non metterci un minimo senso critico, disturba il vero tifoso: e allora si dice che l’arbitro ha deciso per il fallo ma che Sua Maestà, non è d’accordo, guarda come scrolla il capo.

Invece l’arbitro non ha deciso nulla, ha applicato le regole del gioco. Si comincia a tollerare, a lasciar correre, alla fine la partita sfugge di mano. Le “carognate”, i colpi con il gomito, le prese da “wrestling”, senza arrivare alla presa di Vinnie Jones (per i testicoli), sono definite blandamente, da veri “uregiatt” del giornalismo, “contatti”. La sospensione è un primo segnale, la via breve è la dura punizione, la sospensione e la multa quadruplicata. Il taglio dei fondi è improponibile, perché punisce anche gli sportivi onesti.

La via maestra è la prevenzione, l’educazione: è la via più lunga e difficile in questa società dove conta solo il successo, da ottenere con tutti i mezzi.

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