Giro d’Italia 2017: delitto perfetto!

Improvvisi bisogni corporali a parte – anzi, quanti mal di pancia hanno procurato certi “beveroni”! – molti indizi lasciano supporre che il ciclismo visto al Giro sia finalmente ritornato umano, quasi troppo, a tal punto da far pensare al delitto perfetto: nella borraccia c’era solo acqua, le barrette “energetiche” contenevano solo miele d’acacia e mirtillo di bosco!

Il medico-stregone aveva giocato doppio, ingannando tutti: “vai tranquillo, a metà della salita la barretta gialla, poi quella rossa…” e strizzava l’occhio ai vari Dumoulin, Quintana, Nibali e Co. Loro convinti come in passato di avere in saccoccia la “bomba”, partivano tranquilli: a metà del Mortirolo, dello Stelvio o del Grappa, barretta in bocca e via a schizzare come grilli a maggio quando il sibilo della falce s’avvicina! E invece… bastardi! Loro, i “suiveurs”, in macchina e noi a sputare sangue, a vomitare l’anima. Non si va avanti, fils de… Ma questa è acqua pura, qualche zolletta di zucchero con sciroppo di menta e basta. Traditori! Avevano un bel dire i telecronisti, anche loro, culi di bambagia davanti al monitor, avevano un bel promettere: non mollate lo schermo, non andate in bagno, non cercate la birra fresca, il campione ha mandato avanti i gregari ad alzare il ritmo, stanno tirando il collo all’avversario, guarda come boccheggia, fra un attimo parte l’attacco dell’ “indio” Quintana, Nibali è a ruota, Dumoulin ha già una cinquantina di metri di distacco! E invece al comando va il vallesano Reichenbach: prepara, il terreno al capitano Pinot, che ha la fortuna d’avere un nome da vino e contrariamente a “Dumulenn” ha pure l’onore di essere chiamato come si deve persino alla RAI, dove il vincitore viene sistematicamente definito, secondo l’autarchia linguistica delle patate coltivate in piazza del Duomo ai tempi del fascio, Dumulenn, con doppia enne finale.

Aspetta e spera, faccia (non faccetta…) nera – nel senso della faccia stravolta. Faccia da minatore, da bracciante-schiavo, sofferente come Cristo in croce. Poi, finalmente l’urlo liberatore di chi è chiamato a cantare l’epica impresa, come ai tempi del “pirata” Pantani. Ma non è vero, è Pinot! E l’aquila Quintana? Continua a chiacchierare con l’ammiraglia, sembra faccia la cronaca del suo calvario. Ali rotte. Alla fine scatta Nibali, perdio, l’avevamo detto! Ma è troppo poco, “Dumulenn” non molla, invece di scattare all’inseguimento e poi crollare in riserva, va avanti con il suo passo: ma nella tappa seguente si addormenta in fondo al gruppo, è sparito, questa volta, pare, ha fatto solo pipì, ma deve pedalare per ritornare sui primi, in salita paga lo sforzo, in discesa recupera qualche metro, ma perde altri secondi:  tutti assieme a giocarsi il Giro nell’ultima cronometro.

E anche in pianura non succede esattamente quello che succedeva ai tempi dell’ematocrito a 55, 10 punti più del nostro, dove i campioni andavano come il primo “Shinkansen”, il treno-proiettile che univa Tokyo a Osaka. Alla fine pochi secondi separano i protagonisti: Dumoulin (grazie per la pronuncia, RSI) vince con 31 secondi su Quintana, 40 su Nibali, 1’17” su Pinot, 1’56” su Zakarin. Ma che cari, che umani: volevano andare ma non andavano, proprio come noi quando facciamo una salitella.

Sarà vero o ci siamo inventati tutto? Siamo al classico “Wunschdenken?” La proiezione personale, il pensiero-desiderio lontano dalla realtà? Dai, scommettiamo, non erano dopati! Paga poco, i bookmakers inglesi lo danno 1-2,5, ma ugualmente, scommettiamo. E dunque? Dunque in una maniera o nell’altra, delitto perfetto! Pane e acqua! Per scelta consapevole o per delitto perfetto.

Ed è pure stato bello, vedere quelle minime differenze, quegli sforzi subito pagati. Come dire che il doping è stato del tutto inutile: i migliori si sarebbero comunque imposti, in modo meno eroico, ma con uguale esito finale: in salita, sempre primo Pantani, nei giri sempre davanti a lottare con Armstrong o Contador. Con vantaggi infinitamente minori, con maggior sudore: ne valeva la pena? E il “Pirata” sarebbe ancora con noi.

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