I primati? Nike vs. Adidas, punto e basta

Voi della Federazione Europea che volete abolire i primati sino al 2005 non contate nulla, voi del Comitato Olimpico nemmeno, lo sport siamo noi, le regole sono cosa nostra. Voi che vivete con i nostri soldi, giornalisti compresi, dovete celebrare le nostre imprese e i nostri prodotti!”

Questo di fatto ci dice la Nike. Non potrei mai scrivere questo articolo per una televisione, nemmeno pubblica, né per un giornale. Ne andrebbero di mezzo le palanche d’una ricca pubblicità. Succede quando lo sport si è venduto anima e corpo allo sponsor e ai grandi gruppi industriali. Dopo aver stigmatizzato la degenerazione dell’atletica dei primati, Gazzetta dello Sport e Repubblica, con un doppio salto mortale carpiato, hanno celebrato il tentativo dell’olimpionico Eliud Kipchoge di scendere sotto le due ore nei 42 km e 195 metri d’una “fake” – maratona, citando la tecnologia messa in campo.

Che razza di gara è quella che si è svolta il 6 maggio 2017 all’autodromo di Monza alle ore 5:45 d’un mattino con temperatura di 12 gradi: Tadesse e Desisa, servi-scudieri, 14 lepri che si sono date il cambio, un’automobile in testa, un raggio laser che proietta la cadenza del primato, in una ripresa in streaming della stessa Nike? L’impresa non è riuscita per 25 secondi al keniano Eliud Kipchoge, olimpionico a Rio de Janeiro. Ha corso con “scarpe” in fibre di carbonio pesanti 130 grammi (paradossalmente forse troppo leggere, deformate al traguardo) e con indumenti dal peso totale di 230 grammi. Il suo primato precedente, realizzato a Berlino, dice tutto: 2h 03′ 05, di 2 minuti e 40″ superiore. Quello assoluto è del suo connazionale Dennis Kimetto (Adidas) 2h 02′ 57, pure fatto a Berlino.

Nike vs. Adidas, come 30 anni fa Adidas vs. Puma dei fratelli-coltelli Dressler. La Adidas, con il suo cavallo-robot Kimetto, ha già annunciato una sua risposta. In palio forse anche più del milione promesso dalla Nike a Monza. Una mancia rispetto ai profitti che si realizzano in tutto il mondo grazie ai prodotti “tecnici” venduti ai maratoneti della domenica, molti autentici, molti plagiati e disposti anche all’ “aiutino” chimico pur di migliorare di qualche secondo il personale.

La Federazione Europea dei luterani (o pseudo-luterani?) Sir Sebastian Coe e Arne Hansen non dovrebbe considerare questo tipo di sport come facente parte dell’atletica dei Nurmi, Zatopek, Keino, Bikila, anche di Tergat e Gebreselassie, per citare qualche nome noto a tutti. Oltretutto, al di là dell’opportunità dei vari scienziati, “nutrizionisti”, medici, lepri, leprotti e marcatori di cadenza laser utilizzati, tutto va esattamene in direzione opposta a quanto auspicato dai massimi “pensatori” dell’atletica: il ritorno al confronto diretto fra i campioni, all’ antica sfida umana. E se fossero usciti (Coe e Hansen) con la storia dei primati da cancellare per tagliare l’erba sotto i piedi al tentativo della Nike? Che primato sarebbe questo (cadrà di certo) fatto, per esempio, senza il terribile impatto di un allungo dell’avversario che determina le tue scelte tattiche, e ti può portare a un crollo? Insomma non è atletica, non è sport. È legittimo ma da classificare sotto un’altra voce. In questi tentativi, poi, qualcuno controlla gli “integratori”?

Chiudiamo con l’ipotesi corrosiva di Steve Cram, grande e intelligente campione, espressa in studio alla BBC: “‘l’idea di cancellare i primati sino al 2005 è solo un tentativo di far credere che si vuol tornare a uno sport più pulito, è solo una tattica”. Speriamo di no, per il momento. Mettiamola così: Cram e Coe non erano grandi amici.

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