Nessuno più canta come te, Chris

Di Marco Narzisi

No one sings like you anymore.

Ed è dannatamente vero.

Non so a chi si riferisse Chris Cornell quando nel 1994 cantava questo verso in Black Hole Sun, la più grande hit dei suoi Soundgarden, ma so che se c’è qualcuno a cui queste sei parole calzano a pennello era proprio lui.

Ho appreso la notizia della sua morte con immenso stupore, una specie di shock: è come se improvvisamente i tuoi genitori ti dicessero che il tuo amico immaginario non esiste più, come passare davanti al palazzo in cui abitavi da bambino e vederlo demolito. Quella voce potentissima e dirompente, capace di raggiungere altezze impressionati ma di rimanere al tempo stesso sporca e viscerale come si compete a chi, con il grunge, deve cantare l’incubo e l’angoscia dell’esistenza, accompagna i miei ricordi dal liceo fino a praticamente l’altro giorno, quando ancora mettevo su Black Hole Sun e mi sembrava suonare sempre nuova ma al tempo stesso familiare e confortevole. Chris non era una voce del grunge, era LA voce, il frontman più dotato tecnicamente e un pioniere della scena di Seattle con i Soundgarden, la band che ha rappresentato il lato più vicino alle radici hard-rock del movimento, con un chiaro tributo ai Led Zeppelin in termini di ispirazione, in contrapposizione al furore nichilista dei Nirvana, che invece rappresentano la faccia più punk del movimento, quella che poi fondamentalmente finirà per dare compimento alle proprie istanze autodistruttive.

C’è un brano in particolare che per me rappresenta l’essenza stessa di quegli anni di muri che crollano e amplificatori spaccati, di quattro accordi in croce messi insieme sfanculando tecnicismi e virtuosismi vari, distorsioni pesanti e ringhi esistenzialisti: Hunger Strike, contenuta nello splendido omonimo del progetto Temple OF the Dog, formato da Cornell insieme ad alcuni componenti dei Soundgarden e dei futuri Pearl Jam in memoria del cantante dei Mother Love Bone, Andy Wood, suo compagno di stanza e amico di Cornell e pioniere, ahimè, delle morti premature per eroina o altro all’interno del movimento grunge. Il video è un vero e proprio museo degli anni Novanta: camicie a quadri ovunque, chiome lunghe da metallari, giri di chitarra semplici e sporchi, testi essenziali e con un accennato impegno sociale, Chris Cornell che canta seduto a terra in penombra, in un crescendo in cui, alla fine, sembra che Eddie Vedder con il calore della sua voce ti abbracci l’anima e poi arrivi Chris con i suoi acuti d’acciaio a prendertela e frullartela insieme a tutte le viscere.

Ho perdonato a Chris i due dimenticabilissimi album da solista, in bilico fra cantautorato rock e pop spicciolo, e il mediocre periodo con gli Audioslave, che comunque ci ha regalato un paio di singoli di tutto rispetto, perché so che una voce così in qualche modo qualcosa deve cantarla, non può restare chiusa dentro il petto ad arrugginirsi: e quella voce era tornata a ruggire insieme al suo muro del suono, Chris ancora la sera prima di morire era di nuovo sul palco con i Soundgarden, senza mostrare alcun cedimento.

Poi lo shock improvviso, la fine di tutto, una specie di saracinesca che cala definitivamente sul grunge e sugli anni Novanta stessi, e non me ne voglia il buon Eddie Vedder, ma quel decennio non è in un ukulele o in una chitarrina acustica, ma in quei suoni grezzi, quel malessere profondo nei testi, in quelle voci viscerali e a volte tossiche. È, o era, in quel mondo di camicie a quadri, quallide e anonime cittadine di provincia e angosce esistenziali spesso trafitte con una siringa e inondate di tossici rimedi al malessere, quella tenebra che ha ingoiato tanti suoi figli: Kurt Cobain, Layne Staley degli Alice in Chains, Andy Wood, Scott Weiland degli Stone Temple Pilots, tutti “amici” a cui ho detto addio in questi anni.

E anche a te, adesso, ciao Chris: No one sings like You Anymore.

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