Di uomini, ominicchi e quaquaraqua

Di Marco Narzisi

In quest’epoca di intellettuali pop e starlette della carta stampata alla Saviano, alla Tommasi o alla Scanzi per intenderci, manca profondamente lo sguardo lucido e disincantato e l’impietoso sarcasmo di quel fine osservatore dell’umanità che è stato Leonardo Sciascia.

In questi giorni di quest’epoca in cui siamo immersi fino al collo in un torrente di umanità più o meno variegata, che quotidianamente trabocca dagli argini del web, a volte simile a una benefica piena del Nilo che rende fertile la terra intorno, altre, più spesso, costituita da una viscida e molle fanghiglia che incrosta e sommerge quanto di bello c’è attorno, mi torna in mente un passo in particolare, dal suo romanzo più conosciuto, “Il Giorno della Civetta”. È il dialogo fra il mafioso Don Mariano Arena e il capitano dei Carabinieri Bellodi, che contiene una descrizione dell’umanità intera che ha fatto storia, anche nella terminologia:
“Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…

Ed è tutto qui: li abbiamo intorno, questi archetipi di umanità, oggi come oltre 50 anni fa, in Ticino e nel mondo come nella Sicilia di Sciascia, a partire dai quaquaraquà, che oggi vivono nelle pozzanghere del web, in mezzo alla fanghiglia umana di cui sono cosparsi; lo sentiamo più forte ora il loro stridulo verso, hanno imparato a dire qualche parola: “clandestini”, “a casa loro”, “fö di ball”, “negri”, “falsi profughi”, ma tutto rimane confuso nel loro fastidioso starnazzare, oggi amplificato e ripetuto all’infinito da questa specie di stormo dai piedi palmati che scagazza qua e là. Li abbiamo intorno, li abbiamo sempre avuti intorno, i quaquaraquà e le quaquaraqua: una volta vivevano del raccontarti dal parrucchiere che Filippo ha fatto le corna a Giovanna e Lucia ha le tette rifatte, o del gridare Governo Ladro al quinto bicchiere di Merlot nella più sordida delle bettole, adesso trovi le une a scrivere “Zoccola” alla Bosia Mirra o gli altri a postare foto del Duce ogni santo giorno, ma son sempre loro, non sono cambiati, lo starnazzare è rimasto uguale, solo reso silenzioso dietro una tastiera ma al tempo stesso assordante nel suo stridere. Ogni tanto qualche quaquaraqua cerca di uscire dalla pozzanghera, svolazza un po’ qua e là e pensa di saper già volare, diventa più importante degli altri al punto che il suo starnazzare viene ripreso e imitato da altri: i suoi simili lo guardano con ammirazione mentre dall’alto di quel metro in elevazione caga loro in testa e sono anche contenti; solo che il quaquaraqua, al pari del calabrone, non sa che non è capace di volare, ma si ostina a provarci lo stesso, e tutto ciò che ottiene è dapprima di schizzare di fango virtuale tutto ciò che sta attorno, e dopo, di ricadere semplicemente in un’altra pozzanghera ma nella stessa, medesima melma.

Li accompagnano i piglianculo, su cui poco ci soffermeremo, giacchè nella loro codarda ignavia non sono capaci neanche di starnazzare, limitandosi a mugugnare un coro di approvazione a suon di silenziosi Like e condivisioni agli starnazzamenti dei primi: sono quelli che hanno strisciato nelle anticamere del politichetto di turno per un posto a tempo determinato, quelle che prendono botte e corna in silenzio perché la gente parla e non si fa scandalo, quelli che per quarant’anni non hanno mai votato e ora scrivono “Renzi asfaltato” ma solo dove non li vede nessuno. Li ha già puniti la vita, inutile infierire.

Arriviamo agli ominicchi: e qui, signori, entriamo in una categoria particolarmente numerosa e ricca di sfaccettature, chè di scimmie che fanno i versi degli uomini e bambini che giocano a fare i grandi, anche politicamente, ne abbiamo tanti. Li vedi ormai ogni giorno, sul loro bel balconcino virtuale, tutti impettiti e sorridenti, biondi e ben rasati, o barbuti gli uni, ben pettinate le altre, affacciati sulle pozzanghere a nutrire i quaquaraqua, sfamandoli con il loro pastone di frasi fatte e slogan triti e ritriti al punto da esser di facile digestione: essi, gli ominicchi, si beano di sentire i loro qua qua qua, ora divenuti Like e Condividi, come fossero Osanna e Gloria di ringraziamento. Si sentono importanti, fieri di nutrire uno stormo di creature che ingurgitano tutto quello che viene loro dato in pasto per poi scagazzarlo in giro, spargendo il seme dell’odio e del livore con cui sono state ampiamente rimpinzate, concimando bene il terreno per far nascere nuove piantine di questo odio, di cui nuovamente verranno nutrite: li allevano bene, gli ominicchi, nulla da dire, qualcuno in modo particolare la domenica, ogni santa domenica, con un bel pastone di notizie fasulle, frasi discriminatorie, qualche Uellà qua e là e un paio di titoloni a effetto, tutto ottimo cibo, per i quaquaraqua.

L’ominicchio vive spesso all’ombra del mezzo uomo, che si, alla fine non è neanche male, ma è un po’ quello di cui si accontenta: il mezzo uomo in genere non perde tempo a nutrire i quaquaraqua e ascoltare i mugugni dei piglianculo, perché ormai lui una posizione ce l’ha, magari più per demeriti altrui che per meriti propri, o semplicemente perché i suoi ominicchi hanno ben addestrato i suddetti quaquaraqua a starnazzare più forte quando il mezzo uomo si affaccia insieme a loro al balcone, facendo credere che piace a tutti, o perché ogni tanto il mezzo uomo porta qualche pastone migliore della poltiglia degli ominicchi, ci mette in mezzo qualche iniziativa popolare, un paio di votazioni ad effetto ed ecco che le creature starnazzanti vanno in estasi per lui. Il mezzo uomo, attenzione, non è spesso meno livoroso e rancoroso degli ominicchi: solo, ha imparato a stare al mondo, conosce le regole, si presenta bene: giacca, cravatta, un occhialino a modo e un eloquio fluido, ti stordisce con cifre, numeri, grafici per dimostrarti che quello che ti vorrebbe dare da mangiare non è una poltiglia ma cibo sopraffino, e che sei quasi un ingrato a non accettare e non mandarlo giù. Ma tu lo sai, amico mio, che basta un boccone di quella merda, e ti ritrovi nel fango, insieme ai quaquaraqua e deriso persino dai piglianculo, e non sai nemmeno come ci sei finito: questo è il grande potere dei mezzi uomini.

Pochissimi, infine, sono rimasti gli uomini (e le donne, chè anche se sono donne sempre Uomini restano ai fini della classificazione dell’Umanità in quanto tale), e sono odiati da quasi tutti: dai quaquaraqua, perché cercano sempre di pulire via il fango e di eliminare la poltiglia schifosa che li nutre; dai piglianculo, giacchè il coraggio quando manca diventa spesso invidia di chi ce l’ha; dagli ominicchi, in special modo, con quel sordo rancore di chi vede la propria precaria posizione sul balcone minacciata da esempi che potrebbero indurre i quaquaraqua a imparare a volare e i piglianculo a destarsi dalla propria ignava passività, e allora giù di offese e insulti, giù a raccogliere fango dalle pozzanghere e cercare di insozzarli, con l’unico risultato di ritrovarsi, spesso, con le mani completamente luride, fino a sbilanciarsi e cadere in mezzo ai quaquaraqua, e da là poi è difficile uscirne. L’ominicchio non concepisce che l’Uomo possa pensare ad altri che a se stesso, non capisce come per l’Uomo quel verso che alle sue orecchie è musica sia solo un odioso starnazzare, ed è forse questo a renderlo particolarmente rancoroso: la consapevolezza della propria ridicola, squallida, misera pochezza, e del fango su cui poggia il suo balcone mediatico.

Odiati infine, gli uomini, anche da molti mezzi uomini, giacchè l’esser la categoria predominante di cui è pieno il mondo porta spesso quest’ultimi a ritenere se stessi e ciò che li circonda l’unico metro di paragone possibile, il mondo stesso una dispensa a proprio esclusivo uso e consumo, e mal digeriscono, i mezzi uomini, che gli Uomini cerchino di spalancare le loro finestre, di dimostrargli che c’è anche Altro e l’Altro, di fargli capire la sola, unica, inoppugnabile verità, ovvero che al di là della categoria, che si sia Uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo o quaquaraqua, bianchi o neri, in ginocchio davanti a una Croce o prostrati verso la Mecca, facciamo tutti parte dell’unico, grande e fluido oceano: l’Umanità.

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