I deficit delle incongruenze

Di Ronny Bianchi

Che dire? I politici fanno anche un po’ tenerezza con le loro incongruenze. Basta guardare i resoconti della recente sessione di Gran consiglio pubblicati sulla stampa.

In Parlamento si discute di conti pubblici e Christian Vitta afferma che i conti cominciano a tornare, mentre Paolo Beltraminelli asserisce che ci sono 50’000 persone a rischio povertà (cioè non sono poveri grazie agli aiuti pubblici), più o meno un sesto della popolazione. Girando pagina, si scopre che le rendite degli affiliati alla Cassa pensione dello Stato sarà ridotta perché le cose non vanno benissimo e il grado di copertura è sceso al 65,4% (dovrebbe essere del 100%!), mentre altrove si ritorna sui salari da fame in alcuni settori senza contratti collettivi.

Ma a nessuno viene in mente che questi fatti (e altri simili) sono collegati? Per questioni di spazio ci soffermiamo sui primi due punti, anche se il discorso è facilmente estendibile agli altri problemi del cantone.

Purtroppo è necessaria una piccola lezione di economia e di matematica elementare. Da anni sentiamo ripetere all’infinito che il vero problema del nostro cantone è il debito pubblico che ammonta a circa 2 miliardi. Da quando esiste l’economia, si sa che questo dato ha senso solo se confrontato con qualcosa d’altro che, generalmente, è il Prodotto interno lordo, cioè il valore della produzione annuale di beni e servizi finali. Ora, in Ticino è (dati del 2014) attorno ai 29 miliardi di franchi. Il nostro debito pubblico è quindi un po’ meno del 7%. Tanto? Poco? Ognuno giudichi da solo!

La “seccatura” è che si tratta di un rapporto, e quindi per diminuire il debito posso agire sia sul numeratore (aumentandolo) sia sul denominatore (diminuendolo). Tuttavia in economia – che non è una scienza esatta – le cose possono essere perniciose. Supponiamo, come è stato predicato negli ultimi tre decenni, di puntare sulla riduzione del denominatore. Le soluzioni non sono molte. Posso sperare in un deprezzamento grazie all’inflazione (quasi scomparsa) oppure su un surplus di bilancio. Cioè, devo fare in modo che lo Stato incassi anno dopo anno più di quando spende e utilizzare questi surplus per ridurre il debito. Per ottenere un surplus posso aumentare le entrate o con aumenti fiscali, o con una riduzione delle uscite della pubblica amministrazione, o con entrambe le soluzioni. Quello che ha fatto il Ticino (ma è in buona compagnia) è stato invece ridurre tutto: sia le tasse sia le uscite pubbliche. Il risultato è che non c’è stato nessun miglioramento sensibile per il sistema economico cantonale. Anzi, come dice Beltraminelli, abbiamo 50’000 persone a rischio povertà. Ma cosa c’entrano questi poveri mostri con le casse dello Stato?

Un pochino c’entrano, anzi c’entra il numeratore, che negli ultimi 15 anni è effettivamente aumentato di una decina di miliardi (mica bruscolini), ma in buona parte questo aumento (anche se impossibile da quantificare con precisione perché mancano i dati) è da imputare al forte aumento della manodopera frontaliera (assunta da imprenditori locali). Per rendersi conto del loro contributo, basterebbe confrontare i dati sul Pil (che comprende il valore anche della produzione dei frontalieri) con il reddito cantonale che si riferisce ai residenti. Purtroppo il secondo dato non viene più calcolato, ma una decina di anni fa la differenza era di circa 6 miliardi e si può supporre che nel frattempo sia aumentata. Tuttavia per il nostro numeratore vi è una grande differenza se assumo manovali, magazzinieri, cassiere o fisici, ingegneri e medici specializzati. Tutte professione degne, ma che tuttavia tendono a generare un valore aggiunto per addetto molto diverso. Tanto per capirci: nel settore alberghi e ristoranti il valore aggiunto per addetto è di circa 63’000 franchi, nella chimica e farmaceutica è 246’500.

E qui sta il problema, perché non posso dalla sera alla mattina dire che d’ora in poi si creeranno solo posti di lavori in quest’ultimo settore, o altri simili. Per raggiungere questo obiettivo è necessario investire e il primo a doverlo fare è lo Stato: nella formazione (facoltà scientifiche e non di comunicazione tanto per capirci), nella ricerca e nello sviluppo. In altre parole, sviluppare un ambiente dove queste attività possano svilupparsi. Invece abbiamo creato capannoni di logistica (che fino a poco tempo fa si chiamavano magazzini), centri commerciali e condizioni istituzionali che permettono a ditte di varia natura ed etica di assumere personale (indigeno e estero) con paghe da fame.

Evidentemente non posso tediare il lettore con analisi infinite, ma a questo punto penso sia abbastanza facile capire perché in Ticino le persone a rischio povertà sono circa il doppio rispetto alla media nazionale.

In economia, pur non essendo una scienza esatta come detto sopra, non esiste la magia e quindi i nostri politici potranno continuare a predicare il rigore finanziario. Anche se dovrebbero rendersi conto che la situazione migliorerà solo con importanti investimenti dove è necessario, anche perché il debito pubblico ticinese è, oggettivamente, ridicolo. Quindi, l’unica vera possibilità per far diminuire il debito pubblico è quella di aumentare il numeratore, cioè il Pil, meglio ancora se ad aumentare è il Pil per addetto (che in economia si chiama produttività).

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