“Prima i nostri” varca il confine

Di Roberta Condemi

Il controverso slogan ticinese “prima i nostri “sembra aver varcato i confini nazionali.

La recente vicenda italiana relativa all’annullamento, da parte del TAR Lazio, della nomina di cinque dei venti direttori di importanti musei nazionali, in quanto non cittadini italiani, riaccende il dibattito sull’opportunità di impiegare lavoratori stranieri a “scapito” degli indigeni. E offre un interessante spunto per riflettere sulla situazione in Ticino.

Lo scorso 25 maggio il Tribunale Regionale Amministrativo del Lazio, il TAR, ha bocciato con due sentenze la nomina di cinque dei venti direttori di musei italiani, scelti nel 2015 dal ministero dei Beni Culturali. I direttori, scelti attraverso una procedura di selezione internazionale, erano stranieri e avevano superato l’esame di una commissione composta da docenti universitari, storici dell’arte e dirigenti di importanti musei di tutto il mondo.

I giudici amministrativi hanno infatti ritenuto che le procedure di selezione fossero viziate in più punti. Non solo sono state contestate la trasparenza e la pubblicità della selezione- una parte dei colloqui sarebbe avvenuta a porte chiuse o via Skype in assenza di uditori estranei- ma anche la mancata corrispondenza di un requisito ritenuto essenziale: la nazionalità italiana. La sentenza ha avuto effetto immediato: i cinque direttori in questione sono decaduti dall’incarico. Il ministero dei Beni Culturali ha annunciato di far voler ricorso al Consiglio di Stato per sospendere la decisione di primo grado e reintegrare i cinque direttori.

La pronuncia del TAR è stata un fulmine a ciel sereno nel panorama dei beni culturali in Italia. I musei italiani, sebbene la straordinaria ricchezza del loro patrimonio, vivevano dagli anni Settanta un periodo di profonda crisi. Difatti l’Italia era rimasta bloccata nell’autoreferenzialità, sorretta dalla convinzione che l’unicità del suo patrimonio storico, culturale e artistico da solo potesse essere sufficiente a mantenerlo vivo e ad attirare i turisti. E dunque, a differenza che negli altri Paesi Europei, gli investimenti dedicati alla cultura erano calati gradualmente, facendo sprofondare dei veri e propri tesori artistici nella sciatteria o addirittura nel degrado (si pensi, ad esempio, a Pompei che crolla o Roma annaspante tra i rifiuti). La crisi, poi, aveva fatto il resto. La nomina di sette direttori stranieri nel 2015 era stata quindi provvidenziale. La loro esperienza, unita ad una visione diversa di concepire l’organizzazione di spazi museali, aveva spazzato via il classicismo e introdotto un dinamismo in grado di valorizzare l’immenso patrimonio artistico italiano. E i risultati sono stati sorprendenti: nel 2016 i musei italiani hanno registrato 45,5 milioni di ingressi con un introito di 175 milioni di euro. Rispetto all’anno precedente, più 4 per cento dei visitatori e più 13 di incassi. E ciò si è verificato non solo nelle più tradizionali città d’arte, ma anche in quelle solitamente meno interessate dai flussi turistici.

Tuttavia, è compito dei giudici applicare la legge e la decisione del TAR, seppur contestata da molti giuristi amministrativisti, appare quasi scontata. Il TAR è stato infatti chiamato a pronunciarsi in seguito al ricorso di un partecipante escluso dalla selezione che ha giustamente preteso che ne fossero rivisti i criteri. Effettivamente la procedura straordinaria che si è seguita per scegliere i direttori dei musei “di rilevante interesse nazionale” è quella contenuta nella legge 106 del luglio 2014. Per i musei e istituti interessati, il governo si impegnava a scegliere «persone di particolare e comprovata qualificazione professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali e in possesso di una documentata esperienza di elevato livello nella gestione di istituti e luoghi della cultura». Nel decreto legge segue poi una deroga al comma 6 dell’articolo 19 del decreto legge 165 del 2001, che prevede diversi parametri per l’assunzione di personale esterno alla pubblica amministrazione per la gestione dei beni cultuali. Il problema, a detta del TAR: è che il decreto del 2014 non ha previsto una deroga per un altro articolo del decreto del 2001, il 38, che limita l’assunzione di personale straniero. Al comma 1 dell’articolo 38, si legge:

I cittadini degli Stati membri dell’Unione europea (e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente) possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale.

In sintesi, la normativa italiana in materia esclude che la gestione di un “interesse nazionale”, quale la tutela dei beni culturali possa essere affidata a uno straniero. Indipendentemente dal merito o dalla competenza. A prescindere dal fatto che anche gli stranieri possano apportare un valore aggiunto alle attività che svolgono e al Paese in cui lavorano.

La vicenda italiana richiama quella nostrana, seppur diversa, della assegnazione ad uno studio di architetti italiano dei lavori di ampliamento dell’ospedale civico di Lugano. Nel marzo del 2016, “la Conferenza delle Associazioni tecniche del Canton Ticino (CAT) aveva iniziato a collaborare con l’Ente Ospedaliere Cantonale (EOC) per la realizzazione del progetto, chiedendo di affidarlo non ad un gruppo di progettazione interno, come sembrava orientato l’EOC, ma ad un concorso pubblico. In quella occasione Il direttore generale dell’EOC aveva sottolineato che se l’Ente avesse indetto un concorso pubblico, il “rischio” di aggiudicazione a favore di un progetto della Svizzera interna o italiano sarebbe stato elevato.

Ciononostante, la CAT e l’EOC hanno deciso ugualmente di promuovere un concorso internazionale di progetto nell’estate 2016. I 12 partecipanti al concorso, 11 studi ticinesi ed un solo italiano, hanno presentato un progetto successivamente esaminato da una giuria composta da cinque architetti professionisti e quattro rappresentanti dell’EOC e conforme alle regole dell’Ordine ingegneri e architetti del Canton Ticino e dell’Associazione Studi di Ingegneria e Architettura ticinesi”. E, cosa più importante, la procedura di selezione è avvenuta in forma anonima. Vale a dire che gli esaminatori hanno appreso il nome dello studio vincitore, e dunque anche il fatto che fosse straniero, solo a progetto già scelto.

Ciò non è bastato ad evitare polemiche. In molti hanno gridato allo scandalo, sostenendo che un simile progetto si sarebbe dovuto assegnare esclusivamente ad uno studio locale. Si è ritenuto offensivo nei confronti dei ticinesi e del Ticino assegnare 80 milioni di franchi dei contribuenti ad uno studio straniero; si è invocato nuovamente lo slogan “prima i nostri”; addirittura si è chiesto di modificare le norme che regolano gli appalti pubblici in Svizzera, come quella dell’anonimato poiché impedisce di sapere se un appalto verrà vinto da stranieri o da ticinesi. Paradossalmente, in un’epoca in cui i cittadini richiedono a gran voce onestà, trasparenza e meritocrazia nella cosa pubblica, si chiede di abolire le uniche regole in grado di garantirle.

A cavalcare, indignati, la protesta popolare, sono stati poi quattro politici dell’UDC e uno del PLRT che hanno presentato un’interpellanza al Governo che si è sostanzialmente conclusa con un nulla di fatto. Il Consiglio di Stato ha sostenuto che non vi è “nulla da eccepire” nella scelta dello studio italiano, perché la procedura concorsuale è stata rispettata.

E perché mai dovrebbe esserci qualcosa da eccepire? Perché, nella gestione della cosa pubblica, come anche nel privato, bisognerebbe scegliere il candidato esclusivamente in base alla sua nazionalità?

La vicenda ticinese e quella italiana, diverse ma simili nella sostanza, fanno emergere la crescente diffidenza degli indigeni nei confronti dello straniero, che impedisce di valutare ciò che davvero conta nella scelta di un lavoratore: la sua competenza o, in generale, il merito. Siamo disposti a far lavorare gli stranieri purché ci sollevino dai lavori più umili, quelli che noi non vogliamo più fare. Se poi gli stranieri iniziano a competere con noi anche in lavori più “importanti”, allora si tira in ballo il criterio della nazionalità. Come se solo gli autoctoni avessero il diritto di svolgerli, in virtù del possesso di un passaporto piuttosto che di un altro. Ed ecco quindi che la costruzione di un ospedale in Ticino e la gestione dei beni culturali in Italia diventano questioni da risolvere “internamente”, un monopolio degli indigeni e che si pretende che i soldi dei contribuenti vengano destinati ai cittadini dello Stato del quale si pagano le tasse.

Tuttavia, occorre pensare che i questi soldi, come gli 80 milioni di franchi destinati alla costruzione dell’ospedale civico di Lugano, provengono sì dai contribuenti ticinesi, ma non sono un regalo che il Cantone fa a cittadini o a uno Stato straniero. Sono soldi ticinesi che vengono usati per il Ticino e per i ticinesi, per costruire infrastrutture moderne e in grado di migliorare la loro vita. E’ quindi fondamentale optare per il progetto migliore dal punto di vista tecnico e strutturale, per avere un ospedale moderno ed efficiente, che non ci crolli sulla testa , piuttosto che per uno non soddisfacente ma scelto unicamente perché realizzato dai “nostri” . La nazionalità, nel caso italiano come in quello ticinese, non può mai essere criterio di scelta del lavoratore, anzi, è del tutto irrilevante: merito e competenza devono essere gli unici criteri. Il resto sono solo solo slogan elettorali.

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