Revoca del Governo? La solita panzana

Alle smargiassate, ai volta faccia, al qui lo dico e qui lo nego la Lega ci ha abituati fin dalla sua nascita. Il presidente a vita Giuliano Bignasca in questo era un maestro. E ha fatto scuola.

Basta sfogliare un qualsiasi numero del Mattino della domenica o leggere le panzane del figlio Boris per rendersene conto. Deve essersene accorto anche il coordinatore del movimento, il buon Attilio, che, confrontato al nipote, sembra un mite di cuore. E deve aver pensato che qualche sonora balla doveva inventarsela anche lui, tanto per stare al passo con i duri e puri. E c’è da credere che, per rafforzarsi nello spirito che era del Nano, sia andato a sfogliare i vecchi numeri del “vangelo leghista”, il Mattino appunto. “La revoca del Governo è un diritto”, deve aver letto negli articoli del fratello, quando tuonava: “Comunque state certi che noi non vi imbrogliamo, e se entriamo in Governo gliela diamo noi la cosiddetta collegialità“. Perché “l’è ura da finila da contaa su bal” e aggiungeva,“bastano 15 mila firme per buttar giù il Governo”. Già, la revoca del Governo, una grande trovata.

Perché, tornava alla carica il Nano, “a mali estremi, estremi rimedi” e quindi, “per contrastare la politica anti-Lega praticata dal Consiglio di Stato e per evitare che i Partiti continuino incontrastati a fare il bello e il brutto tempo a loro piacimento, per impedire che il Gran Consiglio sia ridotto a semplice ufficio postale dell’Esecutivo, per poter proporre una politica sociale ed economica più giusta per il nostro paese e la sua gente, per ridare alle cittadine e ai cittadini la dignità perduta, ma soprattutto per mantenere le promesse fatte dalla Lega dei Ticinesi, visto che il dialogo è pressoché impossibile, REVOCHIAMO IL GOVERNO!” Il Mattino aveva pubblicato anche un tagliando da sottoscrivere e rinviare alla redazione: “Voglio la revoca del Governo”. Ma sul numero delle risposte non si è mai saputo niente.

L’entusiasmo leghista per “mandarli tutti a casa” è poi andato scemando. Tanto che, quando quell’idea balzana è venuta anche a qualche testa UDC più calda delle altre, lo stesso Bignasca si è prodigato in una acrobatica capriola e si è subito tirato indietro: “Se l’UDC vuole imbarcarsi nell’avventura di revocare il Consiglio di Stato sappia che non spenderemo un centesimo per raccogliere una delle 15 mila firme necessarie a sottoporre il tema al voto popolare!!! (…) Qui non si tratta di chiedere una legge sulla trasparenza. Si tratta di convincere i ticinesi a mettere la loro firma sotto una richiesta di revoca del Consiglio di Stato! Cosa leggermente diversa e, diciamolo pure, più impegnativa!

Insomma, prima fanno i gradassi poi, appena tramano le gambe, mollano tutto… E le smargiassate del buon Attilio? Se Nano mi da tanto, anche lui farà presto… il salto della quaglia.

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