Tre misure per fare ripartire il Ticino

Il liberismo alla Masoni ha fallito, ma anche dalle esperienze negative si può trarre beneficio.

Non è tutto da buttare e, a volere vedere il bicchiere mezzo pieno, Crudelia De Mon, ha aperto un varco notevole, lo ha solo sfruttato in modo perfettibile.

Un esempio pratico, con numeri reali, così come è stato possibile ricostruirli.

A fine anni ’90 un’azienda italiana ha spostato il proprio punto di triangolazione nel Luganese. La triangolazione, in questo caso, è molto semplice: l’azienda produce in Italia, vende alla sede Luganese e questa rivende nel mondo. Semplice, lineare, legale. Pochi i soldi rimasti in Italia, alla mercé di una pressione fiscale del 48%, molti soldi in Ticino, laddove l’azienda ha stipulato un forfait fiscale, di 30 milioni di franchi svizzeri.

All’epoca c’era ancora la lira e veniva scambiata con il franco svizzero in un rapporto di 1.200 a 1. Un franchetto, 1.200 liruzze. Questa azienda durante l’esercizio fiscale dell’anno precedente al suo arrivo in Svizzera, aveva prodotto utili per 135 miliardi e, per comodità, diciamo che ha versato la metà all’erario tricolore, quindi 67,5 miliardi i quali, al cambio dell’epoca, erano circa 56 milioni di franchi. L’anno dopo, a prescindere dagli utili, la stessa azienda ha cominciato a versare 30 milioni di franchi al fisco ticinese.

Un colpo mica male, per le casse di Bellinzona. Manca qualcosa, e questa è la prima misura per fare ripartire il Ticino. Manca l’aspetto retributivo: nessuno ha pensato di imporre all’azienda un tetto salariale (non si può? e chi lo ha detto?) per i propri dipendenti né, tanto meno, ha pensato di imporre un limite alle assunzioni di non residenti. Risultato: stipendi ben al di sotto della linea di mercato, 80% circa di frontalieri o di personale proveniente dalla casa madre in Italia. E non è una questione economica perché all’azienda costava molto di più una singola risorsa italiana trasferita in Svizzera (tra diarie, indennità, cassa malati, viaggi e affitto) che una risorsa residente in Ticino.

Quindi, se è vero che il liberismo alla Masoni è migliorabile, è anche vero che tocca a Bellinzona migliorarlo: non si può rompere le uova nel paniere alle imprese che si sono già trasferite? Facciamo finta di crederci, ciò non impedisce di creare nuove direttive per quelle aziende che si vorranno trasferire in futuro.

La seconda misura è collegata alla prima: c’è spazio per creare politiche fiscali a favore delle aziende estere che si insediano in Ticino, a patto che rispondano a precisi requisiti di: impiego, salari e rispetto del territorio. Fare risparmiare il 30% della pressione fiscale a una grande azienda, può coincidere con un aumento della massa salariale. E “sa po’ mia”, anche in questo caso, sarebbe una fregnaccia.

La terza misura è a suo modo rivoluzionaria: promuovere le aziende ad alto impatto tecnologico, le stesse che l’Italia sta facendo naufragare, creando un vero e proprio sistema, ossia un coordinamento reale tra le aziende stesse e le esigenze del mercato. Non c’è posto migliore al mondo del Ticino, per avviare questo tipo di aziende. Qualcosa si sta già facendo, ma manca la giusta mentalità e manca la giusta trasparenza.

La mentalità, questa sì che frega Bellinzona. Vogliono la tassa sul frontaliere? Non è vero. Vogliono solo propaganda politica, perché sanno benissimo che è un balzello inaccettabile. Allora inserissero quella sulle automobili diesel (il 60% del parco veicoli italiano). Vogliono il casellario giudiziale? No, vogliono solo propaganda politica, perché potrebbero evocare la ricaduta sociale del datore di lavoro che assumesse pregiudicati, in modo che sarebbero proprio questi a chiederlo ai loro dipendenti.

Vogliono rilanciare il Ticino. No, vogliono solo fare propaganda politica. Tanto i disoccupati le bevono tutte (secondo loro) e corrono con la matita in mano ai seggi, per mettere le “ics” nel posto sbagliato.

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Commenti da Facebook

  • L’articolo affronta LA tematica di fondo per il Ticino e pone le giuste domande. Ecco una possibile risposta: http://www.ticinonews.ch/ticino/386336/salari-minimi-due-anni-sono-troppi. Due anni e non hanno ancora cominciato a discutere seriamente. Azzardo un’inpotesi che non piacerà a tutti. Ammettiamo pure che non si vogliano alzare i salari per i lavori più semplici, visto che l’industria 4.0 è alle porte e la digitalizzazione renderà buona parte di questi lavori superflui (sempre che le ditte vogliano investire). In questo caso si potrebbe ipotizzare una chiara strategia di non voler prendere misure visto che il problema si risolverà da solo. Il fatto è che il problema tocca anche il terziario, quindi dobbiamo dedurre che non cè la volontà di intervenire in modo serio.

    • L’industria 4.0 creerà micro-impiego (riducendo le posizioni attuali) ma creerà nuove professioni. Un’ondata di richieste di competenze di cui l’autorità ticinese preposta ignora persino l’esistenza. Ed è ora, nell’interesse dei ticinesi, di muovere il sedere (chiedo scusa per la scurrilità)

    • Daniele Danesi Certo, ma a lungo termine. Il primo impatto sarà violento. Riqualificare le persone per lavorare in ambito digitalizzato è tutt’altro che evidente. Per quanto riguarda i lavori più qualificati, basta vedere il CNL per gli informatici. I salari minimi sono vergognosi. E quindi anche lì cilecca.

  • Non condivido nulla specie i toni verso l’Italia degni del Mattino, su gas vorrei leggere commenti meno campanilistici grazie.u

  • Una volta si parlava di lavoratori o oggi diremmo collaboratori, leggere di risorse per le persone a me mette i brividi:”perché all’azienda costava molto di più una singola risorsa italiana trasferita in Svizzera (tra diarie, indennità, cassa malati, viaggi e affitto) che una risorsa residente in Ticino.”

  • E invece di fare come suggerisce l’articolo la politica ticinese continua a puntare sul doping economico. Una volta ci frantumavano le balle indicandoci quanto fosse fondamentale il settore bancario (soldi facili e soldi che facilmente se ne vanno) perché c’era una sfilza di nostrani che ingrassavano come non mai senza dover essere dei fenomeni, anzi. Adesso ricominciano, Marina compresa, a frangerci le palle con il “fashion”, altro doping economico basato sulla convenieza fiscale di facile uso e dalle scarse ricadute sul territorio. Oppure va di moda decantare l’importanza del trading delle materie prime, che occupa millemila operatori altamente qualificati (a fottere il prossimo, soprattutto nel Terzo mondo), per cui, secondo alcuni politici lungimiranti come una talpa, dovremmo spingere su questo settore, altra droga economica, come la coltivazione di capannoni del mendrisiotto, la speculazione edilizia di cui siamo vittime e, più in generale, la politica dell’attrattività per le aziende estere, o anche solo per i ricconi, come è stata fatta negli ultimi decenni.

    A proposito di sgravi fiscali (nei requisiti indicati per accedervi manca l’ecosostenibilità, non soltanto relativa al nostro territorio bensì tout court, altrimenti li dovremmo concedere anche a soggetti come i mercanti di materie prime), vorrei vedere cosa accadrebbe se, per caso, la Lombardia iniziasse a praticare una concorrenza fiscale (ne avrebbe tutte le ragioni, ammesso che ci riescano) interessante per riportare a casa le numerosissime aziende che nel tempo si sono trasferite qui. A quel punto sì, se non avremo agito come auspicato da Giuditta Mosca, ci ritroveremmo nella merda fino al collo… ma con un foulard di seta Hermès.

    Massimo Macconi, io sul Gas vorrei leggere articoli intelligenti e che provino a guardare al futuro. E per futuro non intendo fra un paio di anni. Questo articolo ne è un esempio, seppur con i diversi gradi di condivisibilità che uno può avere o non avere, mi domando con che occhiali l’hai letto se vi rilevi un campanilismo degno del Mattino.

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