Un pomeriggio con Lisa Bosia e Nawal Soufi

Di Jacopo Scarinci

Sorseggiando un caffè a dir poco terribile, mentre fuori un temporale seguiva l’altro, ho imparato subito una cosa da Nawal Soufi, attivista per i diritti umani italomarocchina che con un telefono cellulare ha salvato migliaia di vite nel Mediterraneo invitata in Svizzera da Amnesty International: non sopporta più di essere chiamata Lady SOS. “È stato il Times di Londra a inventare questo soprannome”, una semplificazione, uno stratagemma giornalistico. I lettori devono appassionarsi ai personaggi. Ma Nawal Soufi non ne può più probabilmente perché lei, ho scoperto in quest’oretta passata insieme, è tutto tranne che un personaggio. È vera, è semplice, è una ragazza che ha messo a disposizione il proprio numero di telefono per farsi chiamare dai migranti alla deriva, parla tutte le lingue del Maghreb e riconosce i dialetti siriani: “quando mi chiamano dal mare dei siriani, io posso dire alla Guardia Costiera se chi sta arrivando è di Damasco, di Aleppo o di Homs. Posso già dare informazioni importanti”.

Ma cosa porta una ragazza di trent’anni a dedicare la propria vita a salvarne altre? “La mia famiglia è stata fondamentale. Quando ero piccola mio padre poteva chiamare a casa al pomeriggio dicendo a mia mamma di cucinare per dieci, che erano appena arrivati dei profughi. Poi arrivava a casa e magari erano 13, e se c’erano solo lenticchie da mangiare beh, le mangiavamo felici in compagnia”. Il ruolo della famiglia è stato fondamentale anche per Lisa Bosia Mirra, con noi a bere quello stesso, terribile caffè e a torturare una forchettina di plastica. “Sono appena tornata da Ginevra”, racconta a me e alla sua amica Nawal, “e ho sempre più la consapevolezza che non siamo pochi. Forse la percezione è questa, ma i valori che abbiamo dentro, ciò che ci anima e ci fa combattere, la voglia di giustizia si stanno diffondendo”.

Nawal Soufi è recentemente finita nell’occhio del ciclone dopo un servizio di un programma televisivo italiano che ha insinuato come lei non fosse semplicemente in contatto con i profughi in mare e facesse da tramite con la Guardia Costiera per trarli in salvo, ma che avesse accordi sottobanco con gli scafisti. Il suo numero di telefono, da sempre pubblico ma usato da persone in fuga per salvarsi, è stato diffuso a tutti i telespettatori, per giorni ha ricevuto minacce, insulti, mail minatorie. Un magistrato ha avviato un’inchiesta contro di lei, l’opinione pubblica è stata aizzata ad arte da alcuni ambienti politici. La cosa non sembra toccarla molto: “io vengo dalla Sicilia, e nessuno come chi viene da questa terra conosce il rispetto che si deve ai giudici, a chi ha combattuto e combatte la mafia, alla legge. Se un giudice riterrà che ho violato la legge, io rispetterò quella sentenza. Ma sicuramente non sono giornalisti che spulciano la mia pagina Facebook o chi commenta sui social a preoccuparmi. Io ho le prove di aver sempre agito correttamente: non ho mai avuto niente a che fare con gli scafisti, sono serena, queste accuse mi fanno sorridere.

Ma come possono trovarsi due persone come Nawal e Lisa in un mondo che sembra andare al contrario rispetto a quanto le muove da mattina a sera? Entrambe danno una risposta simile, e in fondo anche prevedibile: non potrebbero fare altrimenti. “La mia vita scorre così” dice Nawal, “quante volte è successo che la mattina piangessi al funerale di persone morte in mare e che la sera fossi felicissima di aver aiutato a salvare la vita a decine di persone. Una volta un mercantile con bandiera di Singapore voleva salvare un barcone di profughi, ma loro non capivano, avevano paura, non si fidavano. Allora ho detto alla Guardia Costiera di far fare il mio nome, di dire che garantivo io. Pochi minuti dopo mi è stato riferito che stavano tutti salendo sul mercantile, avevo le lacrime agli occhi per la gioia.” Lisa la guarda, sorride. Si capiscono, si intendono al volo. Parlano di esperienze comuni, di episodi. La chiacchierata passa da un ricordo all’altro, da un’amarezza all’altra.

Si raccontano storie simili, e di persone che le chiamano, dopo anni, per salutare o ringraziare. Persone che mandano foto, quelle pessime del buongiorno sui social network, o di bambini diventati ragazzi, ragazzi diventati uomini, donne incinte diventate madri. Persone che le chiamano ancora dopo anni, chiedendo loro se si ricordano. Mi dicono che succede ogni mattina. E ogni mattina, capisco, Lisa e Nawal hanno la conferma di aver fatto del bene.

Mentre parliamo, inizio davvero a rendermi conto di che persona sia Nawal Soufi. Pochi mesi più di me all’anagrafe, una vita passata a salvarne altre, giornate lunghissime passate con un vecchio telefono – “con i nuovi la batteria dura sei ore, con questo dura una settimana”, dice mostrando il suo ferro vecchio che un ragazzetto delle Medie non saprebbe neanche usare – e il cuore in gola appena sente la suoneria. Racconta storie con tatto, con gentilezza. Trasmette vita, e l’amore che per Lisa Bosia “c’è tra mio marito musulmano e me atea, l’amore che c’è tra le coppie miste, con le culture che si mescolano e l’umanità che si incontra. Oggi ci sono confini, linee, che magari tra anni e anni o saranno spostati o addirittura non ci saranno più”.

Ho un’ultima domanda, prima di salutarci: rinnegate qualcosa? Due, tre secondi di silenzio. Un battito quasi impercettibile di palpebre, una secca risposta: no. Ma tornando indietro, chiedo, rifareste tutto? “Io forse sarei un po’ più prudente, e un po’ meno naif, molte cose le abbiamo fatte di buon cuore ma con poca organizzazione” dice Lisa. “Io rifarei tutto, magari facendo più attenzione a qualche conoscenza virtuale” risponde invece Nawal.

Il temporale è andato via, domani o dopodomani avranno altre vite da provare a salvare, o altri ultimi della Terra da confortare. Questa è la vita di Lisa Bosia e Nawal Soufi. Una vita che potrebbero vivere solo in questo modo.

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