Una lezione del passato

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In questi tempi politicamente burrascosi varrebbe la pena di rileggere “Sono un liberale?” di John Maynard Keynes, pubblicato in italiano da Adelphi.

Per chi non conoscesse questo economista possiamo dire semplicemente che è considerato uno, se non il più importante del 1900. La sua opera più conosciuta è la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” pubblicato nel 1936 che ha influenzato le discussioni economiche fino ai giorni nostri.

Ma non voglio parlare del Keynes economista bensì di quello politico.

“Sono un liberale?” ripercorre scritti che vanno dal 1919 alla sua morte nel 1946, un periodo lungo e controverso segnato da due guerre mondiale a da una crisi economica gravissima. Un periodo dove le ideologie politiche hanno dominato.

Da una parte, il capitalismo arrembante e arrogante, attivo sotto l’ombrello protettivo dei partiti conservatori, dall’altra le esperienze disastrose del socialismo reale.

Keynes giudicava il partito conservatore incapace di conciliare l’interesse privato e il bene collettivo e il suo credo nella mano invisibile gli sembrava solo un palliativo per garantirsi potere e ricchezza.

Per il laburismo aveva una certa ammirazione, ma lo rifiutava in quanto fiancheggiato da quello che definitiva “Il partito della catastrofe” che raggruppava diversi movimenti che si richiamavano al marxismo. Anche sull’esperienza russa aveva una lettura sarcastica: “se otterrà un qualche risultato non sarà per la sua tecnica economica ma in qualità di religione”.

Ma allora quali erano le sue posizioni politiche? Seguiva convinto una terza via affermando: “tra conservatori e laburisti c’è un terzo partito non schierato in termini di classe e che, nel costruire il futuro, è libero dall’influenza dei reazionari quanto da quella dei catastrofisti, troppo impegnati ad ostacolarsi a vicenda”.

E in che cosa consisteva questa terza via? Da una parte, nella libertà individuale, economica e politica e, nell’altra, in uno Stato attento ai bisogni della comunità, pronto a intervenire quando necessario grazie al welfare state (lo stato sociale).

Per ottenere questi risultati era necessario – secondo Keynes – la libertà civile e religiosa, la supremazia del Parlamento e che fosse garantito un sistema fiscale con aliquote progressive sui redditi e sulla ricchezza al fine di assicurare la disoccupazione e l’istruzione pubblica. Riteneva che i salari non potessero essere definiti dall’offerta e dalla domanda ma dovessero essere il risultato di una contrattazione che ne stabilisse un livello equo e ragionevole. Inoltre, era imperativo un sistema politico ed economico in grado di controllare e dirigere le forze economiche nell’interesse della giustizia e della stabilità sociale.

In conclusione quindi Keynes era, senza ombra di dubbio un liberale, ma di inizio secolo, una specie in via di estinzione.

E volendo fare un ulteriore passo indietro, si potrebbe anche rileggere John Stuart Mill – considerato il padre del pensiero liberale – che a metà dell’800 riteneva opportuno separare la sfera economica da quella politica, dove a quest’ultima attribuiva il compito di riparare alle disfunzioni del capitalismo, attraverso una ridistribuzione della ricchezza, che potesse garantire una vita dignitosa a tutti.

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