92 minuti di applausi per Paolo Villaggio

Di Jacopo Scarinci

Alzi la mano chi avrebbe sempre voluto mandare a quel paese il proprio capo, ma non ne ha mai avuto il coraggio. O chi ha vissuto l’autentico dolore di non poter vedere un’importantissima partita di calcio. O chi, e ce n’è, è ingabbiato in una vita che non lo rende felice e ne sogna una diversa.

Questo, ma molto altro ancora, ha descritto Paolo Villaggio con il personaggio del ragionier Fantozzi. Ha descritto noi, membri di una società che abbiamo con gli anni vieppiù fatto fatica a comprendere, a fare nostra, a sentirla come giusto contorno e accompagnamento della nostra vita. Ha descritto il disorientamento, i problemi dei lavoratori, il problema delle periferie e della provvisorietà del tutto, dell’impossibilità di programmare, per qualcuno addirittura di vedere un futuro. Si ride per non piangere, alle volte: con Fantozzi si è sempre riso ma amaramente, ogni risata aveva quel retrogusto del “potrebbe capitare anche a me”.

Villaggio ha raccontato l’Italia, ma non solo. Ha raccontato un’epoca che stava cambiando, molto più velocemente di quanto si stesse pensando. Lo ha fatto anche in “Rimini Rimini”, con il suo pretore Ermenegildo Morelli che, bigotto, ligio al dovere e con la missione di combattere ogni tipo di pornografia, pure le donne nude in copertina, alla fine perde la testa per Lola, la provocante Serena Grandi. La fuga dall’ordinario, dal precostituito, la liberazione e quella voglia, quel bisogno di respirare libertà.

Libertà da un capo imbecille, da una routine familiare noiosa e impossibile, da regole sciocche e fino in fondo mai comprese, dalla cappa di responsabilità, gabole e ansie. Questo ha trasmesso Paolo Villaggio con i suoi personaggi, ironici, amari e finissimi descrittori di un’epoca.

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