Addio, anzi, arrivederci George Romero

 

Chissà se qualcuno, alla morte di George A. Romero avvenuta due giorni fa a New York, ha pensato se fosse il caso di colpirlo alla testa per evitare che ritorni.

Perché Romero e i suoi zombie, con tutto il loro corredo di caratteristiche pseudo-fisiche, rituali e archetipi, sono  rimasti impressi nell’immaginario collettivo in modo indelebile, fin dal primissimo “La notte dei Morti viventi” del 1968: il regista ha stravolto il mito millenario del ritorno dei morti dall’aldilà facendone non fantasmi eterei e incorporei, ma bensì creature in carne ed ossa, demolendo a colpi di morsi l’immagine dell’Eterno Riposo e dei Cari Estinti, i quali non riposano più, e nella loro fame di membra umane sono diventati tutt’altro che cari! Dal colpo in testa per uccidere gli zombi al contagio tramite morso, tutti gli elementi codificati da Romero ritornano costanti in ogni produzione che abbia come protagonisti i morti viventi, che siano film, serie tv, videogiochi.

La trilogia iniziale di Romero  (La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi) sviluppata fra il 1968 e il 1985 e i suoi episodi recenti degli anni 2000 (La terra dei morti viventi , Le cronache dei morti viventi, Survival of the Dead – L’isola dei sopravvissuti) vanno oltre il mero intrattenimento horror: sono una critica impietosa e disillusa della società e della natura umana, e una cupa profezia sulla sua inevitabile estinzione. Nonostante cambino ogni volta estrazione sociale, età e contesto, i personaggi di Romero non riescono a sfuggire all’inevitabile destino a cui la razza umana sembra essere condannata,  e ogni vittoria ottenuta dai protagonisti nel corso della storia non è altro che un rallentare l’inevitabile. Romero mette in scena l’inizio di una rivoluzione, il cui destino è di sovvertire l’ordine attuale soppiantando il ruolo degli esseri umani con questa loro nuova evoluzione. Il pessimismo di questa visione è totale: gli uomini non riusciranno mai a mettersi d’accordo fra di loro e unire le forze per via dei pregiudizi sociali, degli egoismi e degli individualismi, e ciò li porta inevitabilmente alla rovina contro la massa dei morti viventi. Per quanto gli zombi, al contrario, nella loro natura istintiva e priva di filtri mentali, guidata solo dall’istinto siano in grado di unirsi in branchi per saziare la loro fame di carne umana, tuttavia il loro successo è sempre dovuto a un errore umano, una disattenzione o un eccesso di superbia che spiana loro la strada: è l’uomo che, a causa dei propri difetti e della propria protervia, finisce per distruggere se stesso, l’incapacità di collaborazione tra individui e l’inevitabilità con cui questo  problema conduce al fallimento.

Gli zombie di Romero mettono l’uomo davanti alla propria miseria, per cui si preferisce lottare contro nemici interni e immaginari, o litigare e azzuffarsi per stabilire chi abbia più diritto di altri a stabilirsi in un certo luogo e utilizzare le risorse a disposizione, piuttosto che collaborare nel tentativo di risolvere questioni più importanti e urgenti formando un gruppo coeso. Romero, probabilmente, ci ha visto più lungo di tutti noi, mostrandoci come il vero nemico dell’uomo sia l’uomo stesso, quando viene dominato da avidità ed egoismo: è un messaggio di una modernità disarmante, impietosa.

Grazie George, allora, di averci mostrato quanto siamo pericolosi per noi stessi: addio, e anzi, nel caso ritorni anche tu, arrivederci.

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