Chester Bennington e il male oscuro

Il male oscuro della depressione sembra la peste di questo decennio fra gli artisti, dopo l’ecatombe dell’eroina fra gli anni ’90 e i primi anni Duemila.

Apprendo con stupore e incredulità la notizia che Chester Bennington,  il frontman dei Linkin Park, si è impiccato a 41 anni, proprio nel giorno del compleanno di Chris Cornell, anch’egli suicida alcuni mesi fa e a cui era legato da uno stretto rapporto di amicizia, tanto da cantare Hallelujah di Leonard Cohen al funerale e scrivere una toccante lettera aperta.

I Linkin Park, con la voce a tratti rabbiosa in screaming, a tratti melodica di Chester unita alle rime rap di Mike Shinoda, hanno rappresentato uno dei gruppi più influenti del genere nu metal, che nei primi anni 2000 ha dominato la scena musicale rock: l’unione di rock duro e hip hop è stato il marchio di fabbrica della band californiana e di altri gruppi dello stesso periodo come i Limp Bizkit e i Papa Roach.

Per me, l’esplosivo album di esordio dei Linkin Park, Hybrid Theory, è stata un po’ la colonna sonora dell’alba dei vent’anni, quell’attimo di furia rock ma tutto sommato confortevolmente mainstream dopo l’apocalisse grunge:  ricordo ancora il CD originale acquistato da PP durante il folgorante viaggio in Ucraina all’equivalente di 4000 lire italiane, consumato e riconsumato a furia di ascoltarlo; e ricordo le serate al Clone Zone di Catania, quel posto di cui vi ho già parlato in cui si andava semplicemente per sfasciarsi di pogo, in cui fra una Papercut e una One Step Closer aspettavamo solo l’immancabile In The End per salire sul palchetto durante l’inciso melodico, per poi  saltare giù al momento dell’urlo di Chester  “I put my trust in you, pushed as far as I can go…”

Non ha avuto una vita facile, Chester: il divorzio dei genitori, abusi sessuali fra i 7 e i 13 anni, le droghe pesanti come via di fuga, la conseguente depressione con pensieri suicidi; in più, ricordiamo la macabra coincidenza di aver fatto parte dal 2013 al 2015 degli Stone Temple Pilots, storica band grunge, in sostituzione del cantante Scott Weiland, poi trovato morto per overdose.

E alla fine la depressione ha vinto, Chester ha lanciato l’ultimo screaming prima del grande salto, come nel video di In The End. Ci resta solo da immaginarlo da qualche parte a duettare con l’amico Chris Cornell.

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