Emanuele Berger risponde su La scuola che verrà

Di

Sono ormai diversi anni che se ne parla, diversi anni che ci si è chinati su questo tema e ora siamo alle battute finali. La Scuola dell’obbligo ha bisogno di una Riforma, di rifarsi il trucco e scuotersi di dosso la polvere che inevitabilmente si accumula con gli anni. Il mondo della scuola non può rimanere immobile a guardare un mondo che sembra lanciato verso una corsa dove vince solo chi ha le capacità intellettive, economiche e una famiglia che lo può aiutare. La scuola deve aiutare anche chi ha più difficoltà. Chi vive la scuola dall’interno sa che è arrivato il momento di cambiare rotta senza perdere di vista il vero obiettivo e cioè il benessere e la preparazione dei ragazzi che sono il futuro della nostra società.

La mia esperienza di vita personale mi ha portato a vivere la scuola sotto molti punti di vista, prima come studente, poi come insegnante ed infine come genitore. Questo mi ha portato ad avere una visione globale, anche se sicuramente non totale, di come si è evoluto il mondo scolastico durante gli anni, delle esigenze e degli stimoli a cui è sempre più sottoposta.

Mio figlio maggiore ha terminato le scuole dell’obbligo a giugno, ottenendo la licenza di scuola media con menzione sms (scuola media superiore). Non è stata una passeggiata, nel suo percorso scolastico ha incontrato docenti molto in gamba che avevano a cuore il loro lavoro, altri forse un po’ meno ma alla fine ha terminato le scuole con la possibilità di continuare i suoi studi. Questo perché, nonostante un percorso inizialmente un po’ in salita, abbiamo fatto in modo che accedesse ai corsi attitudinali e lo abbiamo aiutato anche con lezioni di recupero. Non solo per dargli la possibilità di avere tutte le porte aperte alla fine della scuola dell’obbligo, ma perché (nonostante quello che si dica) anche nel mondo del lavoro i livelli scolastici hanno la loro importanza.

Ma spesso, durante questi due anni, mi sono chiesta come fanno le altre famiglie che non sono in grado di seguire i loro figli in questo modo o non hanno possibilità di aiutare i loro ragazzi con ripetizioni o aiutandoli con i compiti. Ragazzi che magari hanno grande potenziale ma non hanno nessuno in grado di aiutarli a svilupparlo.

O penso al mio secondogenito e alle sue difficoltà oggettive di concentrazione. Sarebbe in grado, nonostante un’intelligenza nella media, di affrontare una scuola media così come è impostata ora? Sarebbe in grado di accedere ai corsi attitudinali?

Così, quando si è iniziato a parlare de La scuola che verrà, mi sono detta che questa sembrava finalmente la via giusta, la Riforma che avrebbe equilibrato e aggiustato il tiro. Una scuola aperta al cambiamento e non alla selezione, una scuola si prende il tempo di lavorare sulle reali capacità di ognuno.

Indubbiamente una Riforma come questa non poteva fare l’unanimità nel mondo scolastico, politico e sociale. Quello che non mi aspettavo però erano così tante resistenze. Così ho contattato Emanuele Berger, capo della Divisione della scuola, che ha concesso a Gas un’intervista che si è rivelata una lunga e piacevole chiacchierata. Berger ha risposto alle mie domande con grande chiarezza e puntualità, mostrando non solo di conoscere a fondo questa Riforma ma di esserne totalmente appassionato e di crederci davvero molto. Questo lo ha portato a chiarire tutti i dubbi e le perplessità durante le numerose interviste che ha dovuto concedere, ai plenum e alle riunioni e alle presenze televisive. Lo ha portato anche a rivedere la Riforma, riprenderla in mano, valutare le osservazioni di chi la criticava e apporre alcune modifiche. Questo a mio modo di vedere è l’atteggiamento di una persona che tiene al mondo della scuola.

Non per niente il Collegio dei direttori delle scuole medie ha espresso all’unanimità soddisfazione per le modifiche presentate dal DECS al progetto La scuola che verrà. Ora l’ultimo gradino da superare è quello della sperimentazione.

Sono uscita dalla mia chiacchierata con Emanuele Berger con la convinzione che la Scuola che Verrà è sicuramente un tassello importante per i nostri ragazzi.

La prima cosa che si può dire di questa Riforma è che ha fatto discutere molto. Lei come se lo spiega?

Sarebbe ben triste il contrario! Una riforma che non facesse discutere il Paese e gli attori interessati sarebbe una riforma banale, forse anche inutile. Se poi con il concetto di “discutere” intende “criticare”, allora ci potrebbe essere una spiegazione. La scuola che verrà (SCV), per sua stessa ammissione, non propone dei concetti particolarmente innovativi dal punto di vista pedagogico. Penso alla differenziazione pedagogica, o alla collaborazione, che sono discusse e conosciute da molti anni. La dimensione innovativa della SCV, che è stata alla base delle nostre riflessioni, basate su esperienze e ricerche precedenti, è quella di aver immaginato un dispositivo che fornisca ai docenti tutte le possibili condizioni per poter veramente mettere in atto tali concetti: forme didattiche che permettano di lavorare frequentemente con effettivi ridotti, riduzione del tempo di insegnamento per sperimentare forme pedagogiche innovative, formazione continua.

Questo dispositivo è riconosciuto dai sostenitori della riforma come una condizione necessaria per poterla mettere in atto, e suscita quindi approvazione. D’altra parte, chi nutre delle perplessità sui principi si rende conto che non sarebbe più possibile ignorare la loro messa in atto, e questo certamente può suscitare delle resistenze. Vi sono poi ovviamente altri motivi, ma li potremo esaminare nel resto dell’intervista.

 Perché la Commissione speciale scolastica ha chiesto di posticipare l’avvio della sperimentazione? È solo per “dedicare sufficiente tempo e approfondimenti alle risultanze della consultazione” o ci sono altri motivi?

 Onestamente penso che la domanda andrebbe rivolta ai membri della Commissione che hanno votato per il rinvio. Il DECS da parte sua sarebbe stato pronto a iniziare la sperimentazione sotto tutti i punti di vista: la consultazione è iniziata nell’aprile 2016, e l’équipe della Scuola che verrà (SCV) ha raccolto sistematicamente tutte le osservazioni, per cui si è arrivati a fina marzo con una visione già molto chiara dei punti di consenso e di quelli di criticità. Va comunque detto che anche le difficoltà possono trasformarsi in opportunità, e quindi il rinvio ci consentirà – come dichiarato dalla Commissione – di dedicare del tempo ad approfondimenti supplementari.

 Si sono levate molte voci di opposizione a La scuola che verrà, sia da destra che da sinistra. Si è detto che non si è tenuto conto dell’opinione dei docenti. C’è chi ha detto addirittura che gli unici a crederci ancora siete lei e il ministro Bertoli e che questa riforma non si farà mai. Come risponde a tutte queste critiche?

In primo luogo rispondo che, anche se sui media si sono manifestate molte voci critiche, in realtà vi sono molte persone, dentro e fuori la scuola, che credono in questa riforma, che credono che essa potrà dare un impulso molto positivo alla nostra scuola. Sono molti i docenti che mi scrivono o che semplicemente mi fermano (anche dopo i plenum) manifestando la loro adesione e il loro entusiasmo. Non sono pochi i docenti anche con molta esperienza, che ricordano i principi fondanti della Scuola media e che si ritrovano con emozione in questa riforma. Non vanno poi dimenticati i genitori, che attraverso la conferenza cantonale che li rappresenta hanno manifestato molto chiaramente il proprio sostegno. E anche chi ha risposto al questionario online sostiene per la maggior parte la riforma. Del resto il servizio de Il Caffè del 2 aprile testimonia chiaramente che le persone che credono alla riforma sono molte.

Per quanto riguarda il rilievo secondo cui non avremmo tenuto conto dell’opinione dei docenti, sarebbe forse ora che chi muove certe accuse le sostenga con dati. Da parte mia devo respingere con decisione questa accusa, ricordando i fatti: abbiamo iniziato a coinvolgere tutti i docenti a partire da dicembre 2014: in tutto questo periodo abbiamo svolto due giri di plenum; negli ultimi 7 mesi ho incontrato tutti i docenti della scuola obbligatoria (e parte del medio superiore) nel corso di circa 40 incontri, nei quali i docenti e i quadri scolastici hanno potuto esprimersi e dialogare con il sottoscritto e alcuni membri del gruppo di lavoro. Inoltre abbiamo adattato le presentazioni nel corso del tempo, considerando le critiche che man mano sono state avanzate, e mostrando in quale modo ne stavamo tenendo conto; abbiamo lanciato una consultazione in cui tutti i consessi (compresi partiti politici e associazioni magistrali) hanno potuto inviare le proprie posizioni scritte; e infine ma non da ultimo per due volte abbiamo dato a tutti la possibilità di esprimersi su ogni aspetto della riforma attraverso un questionario online, con domande sia chiuse che aperte.

 Sarebbe interessante capire, da parte di chi sostiene che non abbiamo consultato i docenti, cosa pensano che avremmo dovuto fare. Soprattutto perché spesso chi lancia queste critiche rappresenta sé stesso, o dei gruppi molto ristretti (10-20 persone) che votano delle risoluzioni che si vorrebbero rappresentative di tutto il corpo docente, spesso con procedure di gran lunga meno coinvolgenti di quella adottata da noi. Lo ripeto: abbiamo messo in atto un dispositivo imponente per tenere conto delle opinioni di tutti, e chi sostiene il contrario dovrebbe dire perché tale dispositivo non sarebbe valido.

 Aggiungo una curiosità: per gettare le basi di quella che sarebbe stata la Riforma 3 della Scuola media, Franco Lepori avviò negli anni ’90 un’ampia consultazione dei docenti, testimoniata da tre volumi di sintesi dell’Ufficio studi e ricerche. Ebbene, nell’ambito di una ricerca sull’implementazione della riforma, la maggioranza dei docenti rispose che essa era “calata dall’alto”; la storia si ripete.

 Lorenzo Quadri, intervenendo al plenum dei docenti comunali di Lugano, ha affermato che ci vuole una scuola selettiva. Pochi giorni fa invece Michele Guerra, Lelia Guscio, Maruska Ortelli e Massimiliano Robbiani, che siedono in Commissione scolastica, hanno detto che “i livelli sono da abolire” e che il sistema scolastico è da rivedere globalmente. Non è questo lo scopo de La scuola che verrà?

Lo scopo de La scuola che verrà è quello di rendere la scuola sempre più equa, inclusiva e di qualità. Un presupposto fondamentale è quello dell’educabilità, un principio etico e pedagogico, che oggi è corroborato dalle neuroscienze: l’allievo sta costruendo il proprio essere, il proprio sapere, la propria intelligenza, e la missione della scuola è quello di sostenerlo il più possibile, per fare in modo che questi elementi possano svilupparsi al massimo.

La differenziazione pedagogica (cioè operata in aula, a dipendenza dei bisogni e senza etichette), è uno strumento per raggiungere questo obiettivo. Nel corso della scolarità vi saranno comunque note e valutazione, senza fare regali o sconti a nessuno, e la vera e propria selezione avverrà dopo la scuola obbligatoria. Selezionare in maniera definitiva prima richiama una visione problematica, in aperto contrasto non solo con i principi etici che sono alla base della nostra scuola, ma anche con le ultime scoperte delle neuroscienze.

Qualcuno ha detto che la scuola “non deve che prendere atto” della situazione, dell’intelligenza del ragazzo, e di conseguenza selezionare. Questo equivale alla concezione superata secondo cui il cervello si svilupperebbe durante la gravidanza e nella prima infanzia, rimanendo poi stabile; se così fosse, perché perdere tempo per lottare contro la natura? Meglio capire, “prendere atto” e di conseguenza selezionare. La nostra scuola ha da tempo fatto una scelta diversa, che è quella di fare tutto il possibile per far crescere gli alunni almeno fino al termine della scuola obbligatoria, fissando a questo momento la selezione strutturale.

 Parlando di cifre, non sono forse i costi di questo progetto ad incontrare così tanta resistenza?

 Direi proprio di no. Il costo supplementare della SCV, di circa 30 milioni all’anno una volta generalizzato il progetto, è decisamente contenuto, e anche gli avversari della riforma non hanno sollevato obiezioni di rilievo su questo aspetto. Semmai i docenti sono preoccupati che la riforma passi, e in un secondo tempo non vengano erogati i fondi necessari. Noi abbiamo sempre garantito che le risorse, seppur modeste, sono necessarie, e che senza le risorse alcuni aspetti centrali della riforma (come i laboratori) non potranno essere realizzati.

 Da una parte c’è Harmos, con i suoi piani di studio ben strutturati e con la sensazione di voler inquadrare la scuola. Dall’altra c’è La scuola che verrà, che sulla carta sembra costruita pensando soprattutto ai ragazzi. Non sembrano inconciliabili le due realtà?

No, non sono realtà inconciliabili. Harmos fissa delle competenze minime (non l’insieme dei programmi, solo le competenze minime) che tutti i ragazzi svizzeri devono raggiungere. La SCV ha bene presenti questi obiettivi, ma ritiene che possano essere raggiunti meglio con una pedagogia personalizzata e differenziata.

 Molto spesso i docenti lamentano il sempre più grande carico di lavoro a cui devono far fronte. La scuola che verrà stravolgerà il modo di lavorare e di programmare a cui siamo abituati da anni. Quanto si chiede in più ai docenti? E come verranno aiutati a far fronte a questi cambiamenti?

Nei media appare spesso il concetto di “stravolgere”; ma qui nessuno vuole stravolgere nulla, e non a caso il progetto porta un sottotitolo: tra continuità e innovazione (che pochi sembrano aver notato).

I cambiamenti proposti sono sicuramente significativi, non lo si nega, ma laddove comportano importanti modifiche nella pratica didattica sono accompagnati da ‘misure di accompagnamento’ senza le quali i cambiamenti non sarebbero sostenibili. Il costo della SCV è infatti essenzialmente destinato a riconoscere più tempo ai docenti per lavorare con gli stessi allievi. Quello che si chiede in più ai docenti, o meglio quello che ai docenti si chiede di fare seguendo i principi che dovrebbero già essere della scuola, viene compensato, meglio reso possibile, grazie a questi riconoscimenti. Gruppi piccoli (laboratori), sgravi maggiori per docenti di classe, tempo per la collaborazione, sono cose che servono a lavorare meglio, quindi ad essere maggiormente soddisfatti e in definitiva a lavorare meglio e a rendere la scuola migliore.

Ti potrebbero interessare: