Federer: la Carne e la Luce

Di Libano Zanolari

“Una creatura con il corpo fatto sia di carne, sia, in un certo senso, di luce” per dirla con lo scrittore americano D.F. Wallace, autore di un saggio intitolato “Federer as Religious Experiece” pubblicato dal N.Y. Times nel 2006 dopo la vittoria su Nadal a Wimbledon.

Vista la nostra condizione umana cominciamo pure con la carne, con il corpo; Federer sembra immutabile come una statua olimpica greca. A quasi 36 anni ha lo scatto sul breve di uno sprinter all’uscita dai blocchi, mostrato in particolare contro Raonic su certe palle angolate, raggiunte e rimandate in modo imprendibile al mittente. La sua resistenza aerobica, dopo la sua lunga pausa che l’ha rigenerato, è da maratoneta. La sua “techné”, il suo “mestiere” è stupefacente: sa fare di tutto, non c’è colpo che gli sia estraneo, la sua capacità di capire l’avversario, e di conseguenza di colpirlo nei suoi punti deboli, è diabolica.

Tutto sotto gli occhi di tutti, ma tutto questo, il visibile, non spiega Federer, non spiega la sua velocità di reazione, meccanica quasi. Wallace dice che la sua velocità, la sua capacità di comprensione è”preternaturale”. Ossia, il suo gioco, le sue azioni “fisiche” sono al di là del pensiero. Il suo gesto, dunque, secondo Wallace che sognava una carriera da professionista nel tennis, supera quello di tutti gli altri perché non passa attraverso la mediazione del pensiero, è istintivo, è “luce”. Federer, umano, si comporta come un “robot” programmato, ma è appunto, umano. Lo si evince dai suoi incomprensibili black-out, dai suoi buchi neri, in cui appare a tratti persino sciatto, svogliato quasi, in cui non è capace di rispondere al secondo servizio, mediocre, di Cilic, sbagliando un diritto o un rovescio facile. Capita quando esce dal suo stato di “trance”, quando rientra nel suo corpo come noi tutti, quando inizia come noi a pensare, magari alla cena in famiglia, con la moglie che gli getta certe occhiate di rimprovero… ma insomma, fai il Federer….

Per spiegare la velocità di Federer, la “luce”, Wallace cita una battuta di un  Jonas Bjoerkmann maltrattato da un giovane Federer: “La palla quando colpivi tu mi sembrava di una grandezza innaturale”. Roger sta al gioco: “Vero, sembrava una palla da bowling o da basket… Naturalmente la palla è uguale per tutti, ma per la maggior parte dei tennisti, a più di 100km l’ora, è un proiettile. Non per chi ha il vantaggio di un luce interiore che possiamo definire “riflesso”, “istinto”, “automatismo”, e che in Federer sembra risplendere sempre più, proprio perché di pur luce si tratta, separata dal tempo che avanza inesorabile, dall’età a tal punto da far pensare che il suo stato sia paragonabile a quello raggiunto attraverso l’espressione fonetica di un mantra ripetuto all’infinito. Forse é proprio cosi: se di luce come dice Wallace si tratta, più passa il tempo più diventa fulgida, appunto perché è atemporale, separata dal fisico che anche in Federer, in una maniera o nell’altra, decade. La conseguenza è la vittoria della bellezza sulla forza bruta. Tutti i rivali sono spariti, tutti logorati perché chi ha basato tutto sul muscolo, sul mito del tempo,il “power”, il motore, è vittima dell’usura della materia, della carne, del corpo. Chi ha perseguito la bellezza oggi ha vinto. Oggi é un grande giorno nella storia dello sport, e persino nella storia sociale del nostro tempo, di cui lo sport è uno dei massimi messaggeri, se non il primo: conta solo il successo, siate brutti e magari anche bruti, ma vincete. Chi l’avrebbe mai detto? Abbiamo vissuto questo giorno, dobbiamo essere riconoscenti  a Federer che sta imponendo a tutti la sua filosofia: persino Cilic si è molto migliorato, lui, il simbolo di un certo tennis giocato da giganti dalla forza mostruosa. Persino lui ci ha mostrato qualche colpo raffinato, qualche sorprendente variazione rispetto al “servi e picchia duro”. Ci sono dei momenti in cui la ruota del tempo inverte direzione: ragazzi che volete diventare grandi nello sport, perseguite la ballezza, cercate la luce, il “Chakra”, il sesto, quello che noi chiamiamo “sesto senso”: è il terzo occhio, quello che Wallace chiama luce, posto secondo la cultura vedica al centro della fronte, da non confondere con quello di Polifemo.

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